Ascanio Mansi, un lucchese nel tempo che cambiava

A Lucca, quando la storia accelera e il mondo sembra voler passare sopra le mura senza chiedere permesso, servono uomini capaci di stare dritti senza irrigidirsi. Ascanio Mansi fu uno di questi. Nato nel 1773 in una delle famiglie più antiche e rispettate della città, crebbe respirando senso civico e responsabilità pubblica come altri respirano l’aria del Serchio. Non era tipo da proclami roboanti, ma da decisioni meditate, prese con calma e con l’occhio sempre puntato sul bene della città. Visse anni complicati, quelli in cui la vecchia Repubblica di Lucca si trovò travolta dagli eventi rivoluzionari e poi inglobata nell’orbita napoleonica. In quel frangente Mansi non scelse né la fuga né la sterile opposizione. Accettò il ruolo di amministratore sotto il nuovo ordine, diventando maire di Lucca, e lo fece con uno stile tutto lucchese: concreto, sobrio, più attento alle strade da tenere in ordine e ai conti che tornano che alle mode ideologiche del momento. La vera prova arrivò però dopo la caduta di Napoleone. Quando molti temevano che Lucca finisse smembrata e assorbita da potenze più grandi, Ascanio Mansi si trovò a rappresentare la città nei delicati equilibri europei. Al Congresso di Vienna seppe far valere il peso della storia lucchese, ottenendo non una semplice sopravvivenza, ma una trasformazione che mantenesse un’identità politica propria. Nacque così il Ducato di Lucca, e Mansi ne divenne l’anima politica, primo ministro e punto di riferimento istituzionale. Per oltre vent’anni governò senza clamore, ma con continuità. Favorì il commercio, curò l’amministrazione, sostenne opere pubbliche e cercò di mantenere Lucca al riparo dagli scossoni più violenti di un secolo inquieto. Non fu un rivoluzionario e nemmeno un nostalgico incallito: fu piuttosto un uomo di equilibrio, di quelli che tengono insieme passato e futuro senza strappi inutili. Quando morì nel 1840, lasciò una città forse piccola, ma ancora riconoscibile a se stessa. E a distanza di tempo, Ascanio Mansi resta l’esempio di una politica fatta più di pazienza che di rumore, più di responsabilità che di ambizione personale. Una lezione che, sotto queste mura, non ha mai smesso di essere attuale.
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