Psichiatria al limite tra cura, abbandono e sicurezza

Negli ultimi mesi la cronaca italiana racconta con sempre maggiore frequenza episodi di violenza all’interno dei servizi sanitari, in particolare nei reparti di psichiatria. Storie diverse, luoghi diversi, ma un copione che si ripete: strutture sotto pressione, personale insufficiente e un sistema che fatica a reggere la complessità clinica e sociale che entra ogni giorno negli ospedali. A Firenze, nel servizio psichiatrico delle Oblate una operatrice sanitaria è stata aggredita violentemente da un paziente in fase di grave scompenso. La donna ha riportato traumi importanti ed è stato necessario l’intervento di più colleghi per evitare conseguenze ancora peggiori. Anche in questo caso, chi era in turno racconta di richieste di aiuto rimaste senza risposta immediata, con le forze dell’ordine arrivate solo dopo che la situazione era già stata gestita, a fatica, dal personale sanitario. Pochi giorni prima, un episodio ancora più drammatico aveva scosso l’opinione pubblica. In un reparto di psichiatria, un paziente anziano ha perso la vita dopo essere stato aggredito da un altro degente, un giovane uomo con gravi disturbi psichiatrici ricoverato in attesa di un posto in una Rems. L’aggressione è avvenuta all’interno della stanza di degenza, con un oggetto improvvisato come arma. Anche qui, i primi minuti sono stati affrontati quasi esclusivamente dal personale presente, in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine, quando ormai il danno era irreversibile. Uno degli aspetti più critici, e meno visibili a chi sta fuori dai reparti, è che durante le crisi più gravi l’intervento delle forze dell’ordine spesso non è tempestivo. Non per disinteresse, ma per carenze di organico, sovraccarico di richieste e tempi incompatibili con l’urgenza clinica. Nel frattempo, infermieri e medici si trovano a fare da barriera tra il rischio e la tragedia, assumendosi responsabilità e pericoli che non dovrebbero ricadere solo su di loro. A questo si aggiunge una frammentazione organizzativa che rende ogni reparto una realtà a sé. Linee guida diverse sulla contenzione, criteri non uniformi sull’accoglienza di pazienti con dipendenze da sostanze mescolati ad altre patologie psichiatriche, protocolli che cambiano da struttura a struttura. Tutto questo genera confusione, tensione e aumenta il rischio clinico, soprattutto quando mancano indicazioni chiare e condivise. Un altro grande vuoto riguarda il personale non medico. In molti reparti la presenza quotidiana di psicologi, assistenti sociali ed educatori è insufficiente o intermittente. I colloqui non sono garantiti ogni giorno, i progetti individuali restano spesso sulla carta e la cura si riduce quasi esclusivamente alla terapia farmacologica. La relazione, l’ascolto e il lavoro sul contesto sociale diventano marginali, quando dovrebbero essere centrali. Le liste di attesa lunghissime per l’accesso alle comunità terapeutiche e alle Rems aggravano ulteriormente la situazione. Pazienti che avrebbero bisogno di strutture dedicate restano per mesi nei reparti di psichiatria ordinari, che diventano luoghi di attesa forzata più che di cura. Questo blocca posti letto, aumenta la frustrazione e rende più difficile la gestione quotidiana. Accanto a questi casi, nei reparti psichiatrici finiscono spesso persone con problemi prevalentemente sociali: mancanza di una casa, povertà, assenza di una rete familiare. Situazioni che non richiederebbero un ricovero ospedaliero, ma risposte diverse basate su assistenza territoriale, supporto abitativo e interventi concreti dei Comuni. In mancanza di alternative, l’ospedale diventa l’unico contenitore possibile. Sempre più frequentemente, inoltre, nei reparti di psichiatria si trovano pazienti stranieri in attesa di rimpatrio nel paese di origine. Persone accusate di reati che non possono essere lasciate in strada per mancanza di alloggio o per una potenziale pericolosità, ma che allo stesso tempo risultano inadatte al carcere per condizioni psichiatriche. Rimangono così in un limbo amministrativo e clinico che grava interamente sui reparti ospedalieri. In questo contesto, il reparto di psichiatria rischia di essere vissuto come un luogo di privazione della libertà più che di trattamento. Questo vale per chi è in TSO, ma spesso anche per chi è ricoverato volontariamente, costretto a regole rigide, poche attività e lunghi tempi morti. Un ambiente così può alimentare frustrazione e rabbia, aumentando il rischio di comportamenti aggressivi. Tutto questo avviene mentre le risorse destinate alla sanità restano limitate. Mancano infermieri, mancano operatori, mancano figure di supporto. I turni sono pesanti, i rischi alti e gli stipendi non adeguati alla responsabilità e alla complessità del lavoro. Non sorprende che sempre meno professionisti trovino attrattivo lavorare in questi reparti, alimentando un circolo vizioso che peggiora ulteriormente la qualità dell’assistenza. Di fronte a questo quadro, diventa evidente che serve un ripensamento immediato delle leggi vigenti e dell’organizzazione della psichiatria. Un sistema che non deve essere ideologizzato, ma finalizzato alla cura reale delle persone e, nei casi necessari, anche alla sicurezza del cittadino, dei familiari e degli stessi pazienti. Troppo spesso le famiglie vengono lasciate sole, senza strumenti, senza risposte e senza interlocutori, mentre cercano di gestire situazioni più grandi di loro. Prendersi cura della mente significa assumersi responsabilità collettive. Significa costruire un modello che tenga insieme diritti, cure e sicurezza, senza contrapposizioni sterili. Finché questo equilibrio non verrà affrontato con serietà e coraggio, ogni aggressione, ogni morte e ogni crisi in psichiatria continueranno a essere il segnale doloroso di un sistema che non funziona come dovrebbe. https://fai.informazione.news
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