Stamani un’amica mi ha inviato un messaggio ricevuto da altri, che però lei condivide e che, una volta letto, ho condiviso anche io.
In esso si fa una constatazione, su cui dobbiamo tutti riflettere, in primo luogo i servizi pubblici come ASL, Vigili urbani eccetera, oppure anche le banche; in breve, ogni struttura che ha come utenti tutti i cittadini e le cittadine fino a che vivono, il che significa oggi giorno, fino a cento e più anni. Nessuno può essere escluso dall’accedere a una struttura se non ha un’App.
Il motivo è semplice: non esiste, per ora, alcuna legge che obblighi i cittadini a munirsi di uno smartphone, su cui scaricare una App.
Ergo chi pretende di erogare servizi soltanto tramite App commette un abuso.
Il messaggio, cui ho accennato sopra, dice così:
«Una società che obbliga un novantenne a usare uno smartphone per accedere ai propri diritti non è moderna; è una società che ha deciso di liberarsi dei propri padri. Nel 2026 tutto è diventato un’app, un codice, un portale. Ma chi ha costruito questo Paese con le mani oggi si ritrova analfabeta in casa propria. Se per prenotare una visita o pagare una bolletta serve un figlio o un nipote, sempre se c’è, il sistema ha fallito. Questa non è innovazione. E’ esclusione.
La tecnologia deve aiutare, non selezionare chi ha diritto alla dignità.
Quando lasciamo indietro chi ci ha preceduto, non stiamo evolvendo; siamo solo diventando più comodi e più egoisti».
Questo il testo integrale; personalmente, pur avendo uno smartphone, su cui posso scaricare le App, aggiungo con convinzione allo “stiamo diventando più comodi e più egoisti”, che stiamo diventando molto più cretini!
La cosa ridicola è che esistono e sono in commercio, rivolti proprio alle persone anziane (ma non solo), dei dispositivi che sono progettati per le funzioni essenziali (chiamate, SMS, WhatApp, e-mail), ma non consentono l’accesso ai social media e app store.
E’ un limpido, autentico controsenso.
Da un lato, si offrono alle persone anziane, che vogliono avere strumenti di informazione e di comunicazione più comodi e veloci, telefonini con l’essenziale per soddisfare questo desiderio senza essere aggrediti da social e da App, che spesso celano dei pericoli, dall’altro, si penalizzano (quasi si criminalizzano) queste stesse persone se non possono scaricare App. E a fare questo non sono dei loschi individui pronti a chissà quale inganno, bensì proprio gli uffici pubblici, pagati con i soldi delle tasse anche, e forse, a questi chiari di luna, soprattutto dei cittadini anziani.
L’amica è direttamente toccata da questo problema. Possiede uno smartphone della categoria sopra citata, non può scaricare App, e deve pagare una multa di euro 60,90 per un divieto di sosta avvenuto a fine aprile. Essendo patentata da decenni, le volte in cui ha infranto qualche regola, ha pagato le multe, entro cinque giorni, o alla posta o dal tabaccaio per la cifra indicata nell’avviso lasciato sotto il tergicristallo. Ma questa volta no! Che diamine, siamo nel 2026 e da quest’anno o hai l’app … o devi aspettare che ti arrivi la notifica a casa e dovrai pagare di più.
Ci ho riflettuto un po’, e sono arrivata a questa conclusione: in questo caso, l’obbligo dell’App è un modo per prendere più soldi dagli utenti che ne sono sprovvisti – che non devono essere pochi!.
E, in generale, l’App, che esclude altri modi di pagamento, è utile solo, in questo caso ai Vigili Urbani, perché così risparmiano sui costi degli intermediari, posta o tabaccai che siano. E’ una cosa decisamente indegna. Nient’affatto al servizio del cittadino.
Il minimo che questi signori, appassionati di App, possono fare è ripristinare velocemente le altre modalità di pagamento alla portata veramente di tutti.
Un’App va bene come ulteriore possibilità, ma non può né deve sostituire le altre già esistenti.