LA MORTALITA’ PER INQUINAMENTO AMBIENTALE INDUSTRIALE, ED IL BISOGNO DI RICONVERSIONE
Di Umberto Franchi
ECCO ALCUNE STORIE REALI
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che l’ambiente
abbia un impatto profondo sulla mortalità : una morte su tre decessi,
sono dovute a malattie causate dall’inquinamento ambientale .
In Italia l’industria ha un ruolo preponderante sull’inquinamento
ambientale e l’Istat ha aggiornato le statistiche sulla mortalità nel
nostro Paese, che vede le seguenti tre maggiori città inquinate :
La prima città in Italia per mortalità da inquinamento industriale è
Savona con 14,5 decessi ogni 1000 residenti. Una città dove gli
abitanti hanno ereditato l’inquinamento con il disastro ambientale Acna di Cengio in provincia di Savona.
Lo stabilimento chimico di coloranti ha scaricato fino al 1999 i suoi
scarti chimici nel fiume Bormida. Nel 1986 vi fu un incidente con lo
sversamento di acido solfidrico che invase tutto il Paese di Cengio. Nel
1988 un altro incidente con una grossa nube tossica che si sollevò
dallo stabilimento e in poche ore colpì molti Paesi tra a Liguria ed il
Piemonte causando gravi intossicazioni alla popolazione. Dopo molti anni
di proteste da parte delle popolazioni e Comitati, a partire dagli
anni 70, nel 1999 lo stabilimento ACNA fu chiuso e lo Stato inizio le
bonifiche ambientali . ma dopo 27 anni sono state bonificate solo alcune
aree superficiali mentre il grosso delle bonifiche è ancora tutto da
fare.
La seconda città per mortalità ambientale registrata nel 2025, riguarda Taranto
ed alcuni Comuni limitrofi come Statte dove la mortalità soprattutto da
tumori maligni ai polmoni registra un tasso di 14,3 morti ogni 1000
abitanti attribuibili soprattutto alle emissioni dell’acciaieria ex ILVA.
La tragedia dell’Ilva e dei suoi lavoratori, ha origine antiche, già
nel 1989 dopo l’avvio della messa in liquidazione dell’IRI che era
l’Ente economico di gestione delle aziende di stato, in attuazione di
quanto richiesto dal Commissario liberista Europeo Van Miert,
l’Italsider diventa ILVA e nel 1995, sotto il governo Dini, e, sull’onda
dell’ideologia “privato è bello, mentre il pubblico è un carrozzone che
sperpera denaro”, la società pubblica chiamata ITALSIDER e divenuta
ILVA venne ceduta, sostanzialmente regalata, al gruppo EMILIO RIVA.
L’ILVA era una società che valeva circa 5.000 miliardi di lire e fu
svenduta per 1.400 miliardi di lire, ma Riva si guardò bene dal fare
investimenti adeguati sul piano del risanamento ambientale, per ridurre
l’impatto ecologico, e sul piano dell’innovazione tecnologica, per
rilanciare sul piano internazionale gli stabilimenti, per fronteggiare
la concorrenza soprattutto della Cina. I vari governi succedutisi,
portarono avanti la nuova ideologia legata agli interessi del
capitalismo, con le micidiali privatizzazioni e la svendita di tutte le
aziende strategiche statali e parastatali nonché con lo scioglimento del
ministero delle Partecipazioni Statali. Affossando il patrimonio degli
italiani e l’art.42 della Costituzione – il quale stabilisce che la
proprietà può essere pubblica o priva e che i beni economici
appartengono allo Stato, a Enti o privati – … mentre il pubblico
spariva.
Al terzo posto per mortalità dovuta all’inquinamento industriale riguarda la provincia di Alessandria.
E’ al terzo posto in Italia con il numero di persone decedute nel
2025 di 14.1 morti per ogni mille abitanti. A confronto, si pensi che
Bolzano ha 8.8 decessi ogni mille persone.
Le cause sono da legarsi alla multinazionale chimica Solvay, con
i comitati che da molti anni si battono per mettere fine al disastro
sanitario e ambientale con la chiusura delle produzioni inquinanti di
Spinetta Marengo e per la bonifica. . I Comitati si battono anche affinché la multinazionale sostituisca le produzioni inquinanti a PFAS con attività alternative .
Ma la Solvay non abiura le attività attuali e non ne risarcisce
l’impatto, in primis sulle Vittime . Oggi , Solvay fornisce materiali
avanzati e gas fluorurati essenziali per la produzione di semiconduttori
e microchip, gas ad altissima purezza utilizzati nelle fasi di attacco
chimico e deposizione durante la fabbricazione dei semiconduttori. I
fluoroelastomeri sono utilizzati nelle guarnizioni e
nei componenti delle macchine per la fabbricazione dei chip, che
richiedono resistenza chimica e termica estrema.
In quest’ambito, Solvay festeggia sui giornali la tesi di dottorato di un suo dipendente dopo otto anni di ricerca sulla “rimozione dei PFAS dalle acque” tramite “materiali adsorbenti, tra cui carboni attivi, zeoliti e materiali di sintesi”. Ma
si tratta della solita ricerca in provetta (che su scala industriale
costerebbe un occhio) e preannuncia la prossima che risolverà
definitivamente i Pfas nelle acque…mentre continua con. tenacia la conservazione delle produzioni con PFAS.
Cosa fare allora per imporre una riconversione delle produzioni non più inquinati ?
Questa è la storia di una Azienda chimica che ho “Curato” personalmente è la
ex FARMOPLANT di Massa Carrara.
Negli anni Ottanta, in qualità di Segretario dei chimici (Filcea)
della CGIL Toscana, ho seguito tutte le vicende dell’azienda chimica
FARMOPLANT di Massa Carrara, di proprietà della Montedison. L’azienda,
con 400 dipendenti, produceva fertilizzanti, pesticidi come il “Rogor”
con anche un inceneritore che sviluppava una temperatura di 1500 gradi
centigradi che inceneriva anche i rifiuti ospedalieri, senza rischi di
diossina. Negli anni Settanta-Ottanta, c’era stata una serie incidenti
che da una parte portarono le popolazioni locali e i movimenti
ambientalisti a protestare e dall’altra indussero noi, come
organizzazioni sindacali, a spingere sulla Montedison perché facesse
investimenti sulla sicurezza. Un primo accordo del 1985, con 7 miliardi
di vecchie lire, determinò l’uscita dell’azienda dall’elenco delle
aziende ad alto rischio previste dalla legge n. 175. Ma nonostante
l’accordo la protesta non si fermava e anzi si ampliava con la
partecipazione anche di noti e importanti ambientalisti come Laura
Conti, Giorgio Nebbia, Renata Ingrao. I movimenti decisero di mettere
una tenda davanti ai cancelli della FARMOPLANT con iniziative continue
finalizzate alla chiusura dello stabilimento. Il 27 ottobre del 1987 il
Comune di Massa, spinto dai movimenti ambientalisti, organizzò un
referendum consultivo, su due quesiti: uno chiedeva alla popolazione se
voleva fare cessare le attività inquinanti e convertire l’azienda verso
produzioni ecologicamente compatibili con l’ambiente, l’altro se voleva
la chiusura dello stabilimento nonché dell’inceneritore. Vinse la
proposta di chiusura dello stabilimento e dell’inceneritore, con il 70%
dei voti espressi. Il referendum, peraltro, era solo consultivo e quindi
non vincolante.
Ma il suo esito spinse noi, come sindacato, assieme ai
lavoratori, a chiedere subito un confronto con la MONTEDISON per
definire la cessazione della produzione di pesticidi e altri inquinanti,
attraverso un piano industriale di totale riconversione e di bonifiche
di tutta l’area produttiva, così da rendere sicura la popolazione e i
lavoratori, cnciliando “Ambiente e Lavoro”.
La lotta non fu facile e furono effettuate molte ore di
sciopero e iniziative tese a coinvolgere la popolazione e le istituzioni
locali, regionali e nazionali sulla nostra “piattaforma rivendicativa” e
sulla lotta dei lavoratori.
Nel mese di aprile del 1988, riuscimmo a fare sottoscrivere
alla Montedison un accordo del valore di 30 miliardi di lire, che
prevedeva, a partire dal mese di ottobre, la chiusura di tutte le
attività produttive esistenti in Farmoplant, la conversione delle
produzioni verso attività nel campo delle biotecnologie, la bonifica
dell’area e il mantenimento di tutti i livelli occupazionali.
Ci sembrava un ottimo accordo e una vittoria che conciliava la
chimica con l’ambiente. La popolazione sembrava avere recepito
positivamente l’accordo anche se alcuni comitati, decisero di continuare
il presidio perché volevano la chiusura e iniziarono a dire che con le
biotecnologie la FARMOPLANT avrebbe prodotto dei “mostriciattoli” agendo
sul DNA.
Così nella notte tra un sabato e una domenica del luglio 1988 (non
ricordo il giorno preciso) mi chiamarono dal consiglio di fabbrica, per
dirmi che c’era stato un grave incidente con uno scoppio e una grande
nube inquinante sul territorio e che solo per caso non c’erano stati dei
morti. A quel punto la situazione divenne insostenibile, ripresero
subito con forza le proteste e dopo 10 giorni di riunioni con la
RSU e di assemblee dove i lavoratori interessati manifestavano il forte
sospetto che l’incidente fosse stato provocato dalla stessa proprietà
per non procedere con gli investimenti previsti, convocai un’assemblea
dei dipendenti aperta alla stampa e alla popolazione nella quale, in
accordo con i lavoratori e con le lacrime agli occhi, annunciai che
eravamo d’accordo sulla chiusura dello stabilimento e dell’inceneritore.
Ora credo che ci siano forte risonanze con le aziende che ho sopra
citato, perché l’industria chimica, come quella siderurgica, è un
settore strategico importante per qualsiasi sistema economico e sociale.
Ma le scelte possibili sono due: o la chiusura dello stabilimento,
che può significare un processo di deindustrializzazione senza
alternative valide, o una intensa innovazione tecnologica e
riconversione con la bonifica dell’area, sapendo che è tecnicamente
possibile scientificamente effettuare la riconversione e fare prodotti
sicuri non inquinanti, , tramite intensi investimenti capaci di
bonificare e salvaguardare l’ambiente, il territorio, la sicurezza della
popolazione, la sicurezza degli impianti e l’occupazione.
Ma sappiamo che chi detiene il potere economico guarda al profitto e non all’interesse generale .
Anche Papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas mette in discussione chi comanda l’Intelligenza Artificiale ,
chi concentra il potere, chi fabbrica la verità, chi sacrifica il
lavoro umano amministrando dati, coscienze e vite come se fossero
semplici risorse con cui fare più profitti.
Con la sua enciclica papa Leone non è in guerra con la tecnologia,
ma con il vecchio vizio del potere di usarla per dominarci mentre ci
assicura, vendendola come redenzione, che tutto è per il nostro bene.
Penso , Servono sicuramente regole sull’utilizzo e destinazione
dell’Intelligenza artificiale, ma l’esperienza mi dice che non possiamo
lasciare decidere ai “padroni” detentori del potere economico, la
qualità e la finalità delle produzioni, la qualità dello sviluppo, la
sua compatibilità ecologica e ambientale perché difficilmente lor
signori sono disposti alla riconversione industriale anche a causa degli
alti costi e il rischio è sempre identico a quello della FARMOPLANT,
dove la Montedison tre mesi prima che entrasse in vigore l’accordo “ha
avuto” un incidente che le ha fatto risparmiare 30 miliardi di
investimenti mentre ha continuato a produrre i pesticidi spostando le
produzioni a Ravenna e in Messico.
L’insegnamento della vicenda della FARMOPLANT, mi fa
affermare anche che non bastino i movimenti ecologisti o pensare di
convincere il potere economico facendo molti convegni… ne tantomeno che
vi sia un’alternativa politica già pronta di sinistra, per
governare, con al centro le suddette problematiche.
Penso invece che per avere una cambiamento reale e procedere
nella riconversione Industriale, sia necessario coinvolgere i
lavoratori dipendenti nelle scelte da effettuare attraverso anche l’uso
del conflitto necessario. Senza la nascita di un fronte rivendicativo
conflittuale per la riconversione dell’industria inquinante e di quella
che fabbrica armi, temo che la riconversione resti solo un desiderio… e
su questo fronte sono soprattutto le Organizzazioni Sindacali a partire
dalla CGIL che devono darsi “Una Mossa”
Quindi che siano i loro : “la Classe Operaia che non è
morta”, a rivendicare il come si lavora ed il per cosa si lavora,
come stanno tentando i fare il lavoratori della ex GKN… ma credo anche
che non si possa riconvertire a prescindere da un preciso ruolo dello
Stato , attraverso le nazionalizzazioni delle imprese strategiche. Non
credo che vi siano altre alternative valide.
Umberto Franchi 1 giugno 2026
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