Clandestini, l'infanzia inventata dei minorenni non accompagnati.
Diciassette anni, maschio, egiziano. Oppure bengalese. Oppure gambiano.
Al 31 dicembre 2025 i cosiddetti minori stranieri non accompagnati censiti in Italia sono 17.011.
La parola "minori" evoca bambini sperduti con gli occhi grandi. La realtà che il Ministero del Lavoro mette nero su bianco racconta altro: il 58,5 per cento ha diciassette anni, il 20,3 per cento ne ha sedici, l'88,6 per cento è maschio.
Quasi otto su dieci sono ragazzi a un passo dalla maggiore età. Tra i bengalesi il profilo si fa ancora più netto: su 1.703 presenti, le femmine si contano sulle dita di una mano; l'85 per cento ha diciassette anni.
Se questa è un'emergenza infantile, ha una fisionomia curiosa: un solo sesso, una sola fascia d'età, una sola direzione.
Chiedete in giro e la maggioranza degli italiani vi dirà che i minori non accompagnati sono bambini.
Lo credono perché la formula è stata confezionata con cura: "minore" attiva la pietà prima del ragionamento, "non accompagnato" completa l'opera suggerendo l'abbandono, il naufragio dell'innocenza.
Provate a sostituire la definizione ufficiale con la descrizione reale del fenomeno - maschi quasi maggiorenni spediti dalle famiglie attraverso una filiera criminale con il mandato di lavorare e mandare soldi a casa - e tutto il castello retorico crolla in un secondo.
Nessuno contesta il dato anagrafico: a sedici o diciassette anni, in Italia, sono minori. Ma l'Italia è l'unico paese d'Europa che trasforma questa categoria giuridica in una corazza di ferro.
In Inghilterra un sedicenne risponde penalmente. Nei paesi da cui questi ragazzi partono - Egitto, Bangladesh, Tunisia, Gambia - a quell'età si lavora, ci si sposa, si mantiene una famiglia.
Sono minori davanti al tribunale dei minori di Roma. Sono adulti nella filiera che li seleziona, li finanzia e li spedisce.
Perché questi ragazzi non scappano da alcunché. Vengono mandati.
Le famiglie egiziane, bengalesi, tunisine contraggono un debito con le reti di trafficanti che operano come agenzie di viaggio criminali.
Save the Children - organizzazione che nessuno potrà accusare di insensibilità - lo documenta da anni: la famiglia paga la prima tratta, dal villaggio alla Libia. La traversata del Mediterraneo la ripaga il ragazzo stesso, con mesi di lavoro forzato nei campi libici gestiti dagli stessi trafficanti.
E una volta in Italia il debito non si estingue: si trasforma in obbligo di rimesse. Il sedicenne che sbarca a Lampedusa porta sulle spalle un piano di ammortamento familiare, non uno zaino di giocattoli.
Non mandano il figlio nonostante sia minorenne. Lo mandano perché è minorenne. L'accordo Italia-Egitto del 2007 aveva reso difficile l'emigrazione del maschio adulto.
Le famiglie hanno trovato la contromisura: se non possono partire i padri, partono i figli. A garantire il rendimento dell'investimento ci pensa la legislazione italiana.
La legge Zampa del 2017 - varata dal governo Gentiloni a trazione Partito Democratico - ha costruito attorno al minore straniero una corazza giuridica senza equivalenti in Europa: divieto di espulsione, permesso di soggiorno fino alla maggiore età.
Ma non basta: conversione del permesso a diciotto anni, prosieguo amministrativo fino a ventuno, iscrizione al Servizio sanitario nazionale, diritto all'istruzione, tutore nominato dal tribunale, assistenza legale gratuita.
Una blindatura totale. Nata per proteggere i bambini. Diventata la più potente calamita migratoria del continente.
Le famiglie lo sanno. I trafficanti lo vendono esattamente così. Mandare un figlio adulto è un azzardo: può essere espulso, rimpatriato, respinto.
Mandare un figlio minorenne è un investimento a rendimento garantito. Il ragazzo arriva a sedici o diciassette anni, gode di uno-due anni di protezione totale, alla maggiore età accede alla conversione del permesso e, frequentemente, al prosieguo amministrativo fino a ventuno.
Cinque anni di permanenza su un esborso familiare di cinquemila dollari. Non esiste fondo di investimento al mondo con un rendimento paragonabile.
La controprova sta nel confronto che nessuno vuole fare. I minori non accompagnati ucraini hanno un profilo demografico opposto: 49 per cento maschi, 51 per cento femmine; la fascia d'età prevalente è quella dai sette ai quattordici anni.
Bambini veri, di entrambi i sessi, accompagnati dal caso e non da un piano. Quando la fuga è reale, il profilo è simmetrico e copre tutte le età. Quando la migrazione è economica e organizzata, il profilo è monosesso, monoetà e monodirezionale.
Poi c'è il dato che svela la farsa dell'accoglienza come progetto di integrazione.
Nel 2025, 19.268 minori sono usciti dal sistema. Di questi, 6.090 se ne sono andati volontariamente. Ovvero, sono evasi dalle strutture. L'86 per cento di loro aveva fatto ingresso nello stesso anno.
Arrivano e scappano quasi subito. Non aspettano l'integrazione, non frequentano i laboratori, non imparano la lingua. Hanno un mandato preciso: ripagare il debito. Nei mercati generali, negli autolavaggi, nei ristoranti di mezza Italia: dodici ore al giorno, sette giorni su sette, per due o tre euro l'ora.
Alcuni finiscono nello spaccio. Le ragazze nigeriane - le poche femmine del sistema - nella prostituzione. Lo Stato eroga quarantacinque euro al giorno per ciascun minore accolto nelle strutture e un terzo di loro sparisce nel nulla per andare a lavorare in nero.
Il contribuente finanzia l'accoglienza; il trafficante incassa il debito; la famiglia riceve la rimessa. Il solo deficit tra contributo statale e costi reali è stimato dall'ANCI in 190 milioni in due anni. Tutti pagano, tranne chi organizza il viaggio.
La domanda politica che nessuno pone è semplice: perché la legge Zampa è ancora in vigore nella sua forma attuale?
Una norma pensata per tutelare bambini in fuga e trasformata in incentivo strutturale alla migrazione economica di quasi maggiorenni non è una legge mal applicata. È una legge che produce esattamente l'effetto per cui il crimine organizzato la utilizza.
Riformarla non significherebbe abbandonare i minori autentici: significherebbe distinguere tra chi fugge e chi viene spedito, tra protezione e incentivo, tra pietà e complicità involontaria.
Chiamarli "minori non accompagnati" resta, a oggi, il più efficace strumento di tratta mai prodotto dalla buona coscienza di un legislatore.
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