In merito alla lettera aperta di Pietro Fazzi sulla vicenda della Manifattura

di ELVIO CECCHINI


Alcune considerazioni In riferimento alla lettera aperta di Pietro Fazzi sulla vicenda della Manifattura, pubblicata ieri su La Nazione, col fine di fornire contributi di riflessione  al dibattito sul futuro della parte Sud.


Il progetto promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e da Coima SGR fu costruito sull’assunto che la stazione appaltante di un intervento complesso come la rigenerazione della Manifattura Sud non potesse essere gestita direttamente dall’Ufficio Tecnico comunale. Si valutò pertanto l’opportunità di affidare a una società  dí sviluppo immobiliare di chiara fama e di comprovata esperienza operativa l’ideazione e la conduzione del progetto.

Sotto questo profilo, la scelta rappresentava certamente un «elemento di positiva discontinuità» rispetto alle modalità tradizionali di gestione di un intervento di tale complessità. 

Non ritengo tuttavia che siano stati gli «attacchi fortemente politicizzati» a determinarne la caduta, né che si possa parlare semplicemente di un «prudente abbandono» da parte degli stessi promotori.

Il fattore determinante, a mio avviso, fu piuttosto la progressiva evidenza di caratteristiche dell’operazione difficilmente conciliabili con l’interesse pubblico. La sua realizzazione comportava infatti la vendita frazionata e lo smembramento della parte Sud del complesso, oltre alla discutibile operazione relativa ai parcheggi pubblici. Fu proprio questo elemento a determinare la valutazione negativa dell’advisor interpellato, che evidenziò la carenza di interesse pubblico dell’operazione proposta da Fondazione CRL e Coima, contribuendo di fatto al suo abbandono.

A ciò aggiungerei un ulteriore elemento di riflessione. Non mi pare che fosse stata valutata compiutamente, almeno sulla base della documentazione che ho potuto esaminare, la possibilità che la Soprintendenza potesse non condividere un intervento che, attraverso lo smembramento e il frazionamento in autonome unità immobiliari, avrebbe potuto alterare in modo definitivo l’unitarietà architettonica del complesso monumentale. Questo lascia aperto un interrogativo sulla concreta possibilità di realizzare l’operazione secondo le modalità con cui era stata concepita.


La proposta formulata da Polimea, pur non essendo sostenuta finanziariamente da un unico soggetto istituzionale, presenta invece, sotto il profilo dell’interesse pubblico e della concezione unitaria dell’intervento, maggiori affinità con l’impostazione del progetto PIUSS, anziché con quella della successiva proposta Fondazione CRL/Coima.

Polimea persegue infatti l’obiettivo di realizzare un polo di formazione e produzione musicale nel quale possano integrarsi sinergicamente associazioni e istituzioni musicali del territorio, mantenendo l’unitarietà architettonica del complesso e costruendo al suo interno un mix di funzioni capace di attrarre sia un’utenza territoriale sia presenze nazionali e internazionali.

Per questo motivo non definirei la proposta semplicemente come uno dei «progetti improvvisati e nati da negoziati con i soggetti più diversi». Dalla documentazione che ho potuto esaminare emerge piuttosto un’impostazione riconducibile a un’ipotesi di partenariato speciale pubblico-privato (PSPP), coerente con una necessità che appare sempre più evidente: la Pubblica Amministrazione deve essere in grado di coinvolgere e supportare il privato non soltanto nella fase autorizzativa, ma anche nella progettazione e nella gestione degli interventi complessi, valorizzandone le maggiori capacità organizzative, la flessibilità e la propensione all’investimento.

Il PSPP, peraltro, è un istituto giuridico relativamente recente e sul quale è necessario maturare una maggiore conoscenza delle procedure e delle casistiche applicative. Una fase di sperimentazione appare quindi fisiologica, soprattutto per superare diffidenze e pregiudizi e consentire che questo strumento possa essere utilizzato con maggiore consapevolezza anche in Toscana, dove è ancora  praticamente sconosciuto.


La cittadella  amministrativa.

L’ipotesi di concentrare nella Manifattura gli uffici dell’Amministrazione comunale e delle società controllate, già prospettata in passato, merita a mio avviso una valutazione approfondita. 

L’attuale dispersione degli uffici comunali in molteplici sedi comporta certamente rilevanti diseconomie organizzative e finanziarie, mentre una loro concentrazione nella Manifattura Sud consentirebbe di mantenere l’unitarietà del complesso e, al tempo stesso, di attribuirgli una funzione pubblica certamente attesa e coerente con la sua natura.

Prima di assumere questa scelta, tuttavia, sarebbe necessario affrontare alcuni aspetti decisivi.

Innanzitutto, la realizzazione di una vera e propria cittadella amministrativa richiederebbe un percorso progettuale, finanziario e realizzativo che potrebbe non essere compatibile con le risorse tecniche e con i tempi ordinari della Pubblica Amministrazione. In assenza di finanziamenti adeguati e contestualmente disponibili per attuare l’intera operazione, il rischio concreto sarebbe quello di dilatare i tempi di realizzazione sine die.

Analogamente, i tempi necessari per l’alienazione dei palazzi e degli edifici pubblici che oggi ospitano le funzioni amministrative, non necessariamente coinciderebbero con quelli necessari alla realizzazione della nuova sede. Le alienazioni potrebbero certamente liberare risorse economiche molto consistenti, ma sarebbe indispensabile costruire preventivamente una seria programmazione finanziaria e gestionale, capace di governare il rapporto tra entrate derivanti dalle dismissioni e investimenti necessari per la nuova sede.

Un secondo aspetto riguarda la progettazione funzionale. Aggregare e organizzare in modo efficiente gli uffici pubblici richiederebbe uno studio preliminare molto approfondito delle aree funzionali, degli spazi necessari e delle interrelazioni tra le diverse strutture operative. Non sarebbe sufficiente basarsi sulle esigenze percepite dagli attuali utilizzatori degli spazi: occorrerebbe considerare l’evoluzione delle modalità di lavoro e, soprattutto, la progressiva digitalizzazione delle procedure amministrative.

Sempre più pratiche vengono infatti gestite attraverso piattaforme elettroniche che coinvolgono direttamente cittadini e professionisti, riducendo la necessità di accesso fisico agli uffici e, parallelamente, quella di grandi spazi destinati agli archivi cartacei. La progettazione di una nuova sede dovrebbe quindi essere costruita non sulla fotografia dell’Amministrazione attuale, ma sulla previsione delle sue esigenze future.


Infine, vi è un tema urbano e architettonico che non può essere sottovalutato.


Una cittadella con una funzione esclusivamente amministrativa rischierebbe di vivere secondo orari strettamente connessi alle attività diurne degli uffici. Nelle ore serali e notturne, l’assenza di altre funzioni potrebbe determinare una progressiva rarefazione della presenza urbana e trasformare cortili e spazi comuni in luoghi potenzialmente esposti al degrado.


Per questo motivo, anche qualora si decidesse di destinare una parte significativa della Manifattura alle funzioni amministrative, sarebbe opportuno mantenere all’interno del complesso un mix funzionale capace di garantirne la vitalità durante l’intero arco della giornata.


È proprio questa, a mio avviso, la differenza fondamentale tra una semplice operazione immobiliare e un autentico progetto di rigenerazione urbana.


La Manifattura non dovrebbe essere considerata soltanto come un patrimonio da valorizzare economicamente, né come un contenitore nel quale collocare, di volta in volta, funzioni diverse. È un complesso monumentale unitario, inserito nel cuore della città, e la sua rigenerazione dovrebbe restituirgli una nuova centralità urbana attraverso una pluralità di funzioni, pubbliche e private, capaci di convivere e alimentarsi reciprocamente.


Il vero obiettivo non dovrebbe quindi essere semplicemente quello di trovare una destinazione alla Manifattura Sud, ma quello di costruire le condizioni perché possa tornare a essere una parte viva della città.

Elvio Cecchini

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