Vannacci: lo pubblico o no?

Vannacci, lo pubblico o no? 


Sono di fronte al classico dilemma di chi fa informazione o gestisce uno spazio pubblico: il confine sottile tra dare una notizia rilevante e fare cassa di risonanza a qualcosa che non condividi. 

Quando si parla di un movimento politico che raccoglie percentuali di rilievo nei sondaggi - in fin dei conti è il quarto nei sondaggi dopo FDI, PD e M5S - ignorarlo del tutto rischia di diventare una scelta di parte o una forma di omissione e censura, ma dargli spazio però espone al rischio di amplificarne i messaggi.

La chiave per uscire dall'empasse credo non sia nel cosa che pubblico, ma nel come lo faccio. 

Il giornalismo e la comunicazione non autoreferenziale non scelgono tra la censura e la propaganda acritica; scelgono il rigore e il contesto.

L'Importante resta separare la cronaca dall'opinione: Se decido di pubblicare, mi devo attenere ai fatti verificabili; raccontare le mosse politiche, i dati dei sondaggi o le prese di posizione senza usare toni scandalistici ma neanche agiografici. 

La notizia in sé (l'esistenza del partito e il suo peso numerico) è d'altronde un dato di interesse pubblico.

Poi fornire sempre il contesto critico: informare su un soggetto politico non significa passargli il microfono senza filtri. Un buon post spiega chi è, cosa propone, quali sono le critiche mosse al suo programma e qual è il quadro politico complessivo. Il contesto è l'antidoto alla propaganda.

Devo valutare la rilevanza giornalistica: se il soggetto in questione produce notizie concrete (nuove alleanze, proposte di legge, eventi pubblici di rilievo), ignorarle per calcolo politico significa fare un cattivo servizio a chi legge, che ha il diritto di sapere cosa si muove nello scenario del Paese. Se invece si tratta di mere provocazioni o dichiarazioni prive di sostanza istituzionale o politica, posso tranquillamente scegliere di non inseguire il "rumore" mediatico.

Il timore di subire accuse esiste sempre, da una parte o dall'altra. Ma se la linea guida è la trasparenza, l'equilibrio e il diritto degli amici lettori  a essere informati e poter contribuire con i loro pensieri,  sui fenomeni reali della politica italiana ho la coscienza a posto: non sto facendo propaganda, sto facendo il mio lavoro.


Mai ho pensato di potermi trovare di fronte ad una scelta così difficile, visto che ho sempre fatto, della trasparenza e del dare voce a tutti, il cavallo di battaglia de La Voce di Lucca.


Comunque pesno di aver ragione a identificare il nodo centrale: la politica basata sulla pancia e sulla polarizzazione spesso punta alla provocazione più che alla costruzione di risposte concrete. È una scelta di campo legittima e molto diffusa - su quasi tutti imedia - tra chi sceglie di non dare spazio mediatico a certe retoriche per evitare di amplificarle.

Allo stesso tempo però quando si sceglie la via del silenzio, il rischio è duplice: da un lato si evita di fare da megafono a idee divisive, dall'altro si rischia di creare un cono d'ombra attorno a un fenomeno che, piaccia o meno, muove una fetta consistente di consenso e siede nello spettro politico attuale. D'altrondi chi sceglie di ignorare questi soggetti lo fa spesso per coerenza valoriale; chi sceglie di parlarne, invece, punta sul principio che l'informazione debba comunque registrare la realtà, smontandola con i fatti piuttosto che ignorandola.

Non esiste quindi una ricetta assoluta che metta al riparo dalle critiche, perché qualunque strada decida di percorrere esporrò La Voce di Lucca ad obiezioni. La bussola migliore resta, credo, la coerenza con la linea editoriale: se l'obiettivo è costruire un dibattito fondato su argomenti seri e lontani dalla "fuffa", sceglierò di dare spazio a temi e voci che offrono contenuti costruttivi, oppure deciderò di trattare la notizia mantenendo una forte postura di verifica critica.


So già che mi arriveranno in ogni caso critiche e lamentele perché, come si dice, "come la fai la sbagli".


C.Cristofani


 


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