Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione sull’aumento delle spese che accompagnano l’avvio dell’anno scolastico 2026/2027. I dati relativi ai libri di testo e al materiale didattico, insieme alle difficoltà segnalate dalle famiglie a Bologna, indicano un problema che non può essere interpretato soltanto come conseguenza dell’inflazione o affrontato attraverso interventi compensativi circoscritti alle fasce reddituali più basse.
Secondo le rilevazioni di Federconsumatori, nel 2026 il corredo scolastico comporta una spesa media di 673,60 euro per studente, mentre per libri obbligatori e dizionari la stima raggiunge 545,66 euro. Il dato economicamente più rilevante non risiede tuttavia nel singolo incremento annuale, ma nella progressiva rigidità di questa voce di spesa: una famiglia può rinviare numerosi consumi, mentre dispone di margini molto più ridotti quando deve acquistare in poche settimane materiali necessari alla frequenza scolastica.
È proprio questa caratteristica a rendere insufficiente una politica fondata prevalentemente sui contributi. Il trasferimento monetario attenua l’onere per chi lo riceve, ma interviene quando il prezzo si è già formato e non modifica necessariamente le condizioni economiche che lo hanno determinato. Se all’aumento dei costi corrisponde soltanto l’aumento dei trasferimenti pubblici, una quota crescente di risorse rischia di finanziare la dinamica della spesa anziché contenerla.
Il CNDDU ritiene quindi opportuno introdurre un diverso principio di politica economica: misurare non soltanto la condizione reddituale della famiglia, ma anche la sostenibilità economica delle richieste di spesa generate dal percorso scolastico.
A tale scopo si propone l’elaborazione annuale di un costo scolastico essenziale di riferimento, differenziato per grado e anno di corso e comprensivo dei libri, delle dotazioni didattiche indispensabili e degli eventuali servizi digitali obbligatori. Non sarebbe un prezzo imposto né un limite automatico alle scelte didattiche, ma un parametro pubblico rispetto al quale misurare gli scostamenti.
Quando il costo complessivo delle adozioni superasse in misura significativa tale riferimento, la decisione dovrebbe essere accompagnata da una sintetica valutazione preventiva dell’impatto economico, capace di evidenziare le ragioni didattiche dello scostamento, la possibilità di utilizzare edizioni precedenti, la disponibilità dell’usato e l’eventuale sovrapposizione tra materiali cartacei e digitali. In tal modo il costo entrerebbe nella procedura decisionale non come vincolo alla didattica, ma come elemento di responsabilità amministrativa ed economica.
A questa misura dovrebbe affiancarsi un Fondo nazionale di rotazione per il patrimonio librario scolastico, destinato a finanziare l’acquisto dei testi con maggiore possibilità di utilizzo pluriennale. I libri acquistati entrerebbero nel patrimonio delle scuole o di reti territoriali e sarebbero concessi agli studenti in comodato, con priorità graduata sulla base della situazione economica familiare.
La differenza rispetto a un bonus sarebbe sostanziale. Un contributo di 200 euro erogato ogni anno produce una nuova spesa pubblica di 200 euro per ciascun beneficiario; la stessa somma investita in un libro destinato al comodato può generare utilità per più studenti e per più anni. La risorsa pubblica cesserebbe così di finanziare esclusivamente un consumo annuale e contribuirebbe alla formazione di un patrimonio educativo riutilizzabile.
Il modello avrebbe anche un effetto sul mercato. L’aggregazione degli acquisti attraverso scuole e reti territoriali aumenterebbe la capacità negoziale della domanda pubblica, favorendo condizioni economiche più vantaggiose senza ricorrere a un controllo amministrativo generalizzato dei prezzi. Al tempo stesso, la durata economica del libro diventerebbe un elemento rilevante: un testo utilizzabile per più anni avrebbe un costo effettivo per studente inferiore rispetto a un prodotto che perde rapidamente la propria possibilità di circolazione.
In questa prospettiva, anche il frequente cambiamento delle edizioni assume rilevanza economica. L’aggiornamento sostanziale dei contenuti deve essere salvaguardato; quando invece le modifiche sono limitate, occorre evitare che la semplice successione editoriale determini l’obsolescenza economica di testi ancora utilizzabili. Rendere trasparenti le differenze tra le edizioni favorirebbe sia le famiglie sia il mercato dell’usato e consentirebbe alle scuole di compiere valutazioni più consapevoli.
Lo stesso criterio dovrebbe riguardare il digitale. La digitalizzazione rappresenta un investimento efficiente quando sostituisce altri costi o produce un miglioramento didattico proporzionato alla spesa. Se licenze, piattaforme e dispositivi si aggiungono integralmente al materiale cartaceo, si determina invece una duplicazione degli oneri che dovrebbe essere considerata nel calcolo del costo complessivo.
Il CNDDU propone, in sostanza, di passare dal sostegno al prezzo alla gestione economica del costo. L’ISEE rimarrebbe lo strumento per graduare gli interventi secondo la capacità economica delle famiglie; il costo scolastico essenziale consentirebbe di valutare la ragionevolezza della spesa richiesta; il Fondo di rotazione trasformerebbe una parte dei trasferimenti annuali in patrimonio pubblico riutilizzabile.
Una simile impostazione permetterebbe di intervenire contemporaneamente sulla spesa delle famiglie, sull’efficienza delle risorse pubbliche e sulla struttura della domanda. Soprattutto, introdurrebbe un principio finora poco valorizzato: prima di finanziare un costo crescente, l’amministrazione pubblica dovrebbe verificare se quel costo possa essere ridotto, condiviso o distribuito su più anni.
Il caro scuola non richiede soltanto maggiori stanziamenti. Richiede che ogni euro pubblico destinato a contenerlo produca un effetto che duri più dell’anno scolastico nel quale viene speso.
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU