Cristina Sorbi racconta le zuppe lucchesi

Cristina Sorbi racconta le zuppe lucchesi



Quanto più un termine che indica un alimento tende a tornare - e ritornare – in quella piccola enciclopedia del sapere “dal basso” costituito dai proverbi, dai modi di dire, dalle locuzioni, ebbene, allora siamo di fronte alla prova provata di quanto quel cibo ha rappresentato – e rappresenta ancora – per la cultura materiale di un popolo. È il caso della zuppa, che, nella sua connotazione di cibo povero, ci racconta se non tutto certo molto della storia della classi subalterne, dei loro intrecci e percorsi. Si pensi per esempio al noto “Chi vuol far l’altrui mestiere, fa la zuppa nel paniere” palese esortazione a occuparsi di cose ben note, per non commettere errori marchiani. Oppure, quell’altro. dai tratti malinconicamente politico/qualunquisti, ma ahimè quanto veritieri: “Quando i signori mangiano la zuppa insieme, diventano una zuppa e un pan molle”. O anche l’immarcescibile “Se non è zuppa è pan bagnato” a indicare un’alternativa senz’altro priva di sorprese. E di zuppa tratta un delizioso, piccolo libro, ancora fresco di stampa, edito dalla case editrice pisana ETS, Zuppe lucchesi, un brodo di culture. Ne è autrice Cristina Sorbi, lucchese, laureata in filosofia, un Master in Storia e Cultura dell’Alimentazione a Bologna, impegnata da anni a sviluppare progetti di esplorazione sensoriale dove il cibo diventa via di integrazione e consapevolezza. Un’indagine in cui l’atto del mangiare viene studiato come energia culturale, emotiva e relazionale, sensibile alle tradizioni locali e alle loro trasformazioni nel tempo. Se hanno sapore di zuppa piccoli e meno piccoli segmenti di letteratura, scarsa la presenza di questo “mangiare” nelle arti figurative… Dopo un periodo di oscuramento che ha coinciso con il boom economico e l’apparizione dei supermercati e del cibo industriale, per usare le parole dell’Autrice “ La zuppa diventa, nel nostro millennio, un simbolo di rispetto dell’ambiente, di lotta contro lo spreco, di integrazione.”(p. 19). Considerate le origini di Cristina Sorbi, non farà meraviglia se il focus della sua ricerca si concentrerà su un’area che corrisponde grosso modo alla provincia lucchese, esclusa la Versilia dove ovviamente predominano altri prodotti alimentari, altre tradizioni, altri gusti… Cibo umile ed essenziale la zuppa attraversa, adattandosi, tempi e luoghi diversi con piccole varianti gelosamente difese e custodite fin dall’epoca dei refettori medievali, ma dove la fanno sempre da padroni il pane, preferibilmente quello “sciocco” toscano, il fagiolo, l’olio, la braschetta o cavolo nero e… gli erbi: ovvero le erbe spontanee della Lucchesia solo conoscendo le quali è possibile regalare alla propria zuppa particolarissime e uniche sfumature di sapore. La scrittrice lucchese valorizza molto nei suoi capitoli l’aspetto collettivo e solidale di questo piatto, connotato fin dalle sue origini remote dello spirito di “aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più...” Un punto, infatti, torna spesso in queste pagine consapevoli ed eleganti. La natura aggregante e socializzante di tale cibo: perché “la zuppa chiama gente”. E così, nelle poche ricette proposte al termine di queste pagine, le quantità indicate sono sempre suscettibili di variazioni. A crescere, naturalmente.


Luciano Luciani




Cristina Sorbi, Zuppe lucchesi, un brodo di culture, Edizioni ETS, Pisa 2026, pp. 59, Euro 20,00

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