Il diritto divino di giudicare

C’è una setta, una fazione, una minoranza nel nostro paese che si sente per diritto divino giudicante e reputa la parte restante del mondo perennemente da giudicare. Non è consentita, naturalmente, nessuna alternanza o scambio dei ruoli: il giudicante resta per sempre giudicante, il giudicato resta per sempre giudicato. E più si rivelano minoranza nel paese, più si inacidiscono e radicalizzano il loro odio verso chi è dalla parte opposta alla loro. Non è spirito competitivo e nemmeno conflittuale, perché non si tratta di andare allo scontro e di combattere a viso aperto. No, si tratta di squalificare a priori, mortificare, eliminare in partenza chi esprime idee diverse dalle loro. Costoro (…)non accettano l’esistenza dell’altro, cioè di chi non la pensa come loro, e ne chiedono l’esclusione, la cacciata, le dimissioni, la gogna mediatica, la revoca e magari la condanna giudiziaria; o nella migliore delle ipotesi l’autodafé, l’ammissione di colpa, il chiedere scusa con la promessa di “non farlo più”. E non accettano di essere smentiti dai fatti, dalla realtà. Tutto questo denota uno stato psichico gravemente alterato da un odio che acceca e un astio che avvelena se stessi e il mondo circostante, uniti a una forma grave e autoreferenziale di razzismo etico: la presunzione di appartenere a una razza eletta, giudicante, rispetto al resto dell’umanità, giudicata. Questa presunzione di essere giudicanti e dunque superiori li rende non solo antipatici e invisi a coloro che non appartengono alla loro stessa etnia ideologica, ma li destina a essere perdenti nei secoli, perché non si costruisce nulla sul puro odio del nemico, sulla criminalizzazione del prossimo e sulla pretesa di eliminarlo prima di ogni confronto.

Marcello Veneziani
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