Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime ferma condanna per gli episodi di violenza verificatisi il 23 ottobre 2026 presso l’Istituto tecnico Carrara di Lucca, dove un tentativo di occupazione è stato segnato da gravi tensioni, culminate nel ferimento di un agente di polizia e nel ricovero ospedaliero di uno studente diciassettenne. La vicenda presenta elementi di particolare gravità che impongono una valutazione rigorosa, estranea tanto alle semplificazioni polemiche quanto a interpretazioni indulgenti che rischierebbero di sminuire comportamenti incompatibili con la funzione e la sicurezza dell'istituzione scolastica.
Il punto centrale non riguarda la legittimità del dissenso studentesco, che appartiene alla dimensione del confronto democratico, ma il limite oltre il quale la protesta perde ogni giustificazione e assume i caratteri della prevaricazione. Quando un'iniziativa collettiva espone altre persone al rischio di lesioni, ostacola il regolare svolgimento delle lezioni e richiede l'intervento delle Forze dell'ordine, non ci si trova più di fronte a una semplice manifestazione di conflittualità giovanile. Si manifesta, piuttosto, una preoccupante incapacità di distinguere tra la libertà di esprimere una posizione e la pretesa di imporla attraverso comportamenti coercitivi.
Ridurre questi episodi a manifestazioni di disagio generazionale sarebbe un errore di prospettiva. Le difficoltà relazionali, le tensioni sociali e l'eventuale insoddisfazione nei confronti dell'organizzazione scolastica possono contribuire a comprendere il contesto nel quale maturano determinate iniziative, ma non costituiscono attenuanti automatiche per condotte violente. Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare una cultura della deresponsabilizzazione nella quale ogni comportamento viene ricondotto a cause esterne e la responsabilità individuale finisce progressivamente per dissolversi.
Particolarmente preoccupante appare la crescente tendenza a considerare l'occupazione scolastica una modalità ordinaria di pressione, prescindendo dalle conseguenze che essa determina sull'intera comunità educativa. L'edificio scolastico non è uno spazio disponibile all'appropriazione di una parte degli studenti, ma un luogo destinato a garantire continuità didattica, sicurezza e condizioni di lavoro adeguate. Chi non aderisce a una mobilitazione non può essere costretto a subirne gli effetti, così come docenti e personale scolastico non possono essere esposti a situazioni di intimidazione o pericolo nell'esercizio delle proprie funzioni.
Quanto accaduto solleva inoltre una questione che investe direttamente l'autorevolezza dell'istituzione scolastica. L'educazione alla responsabilità non può essere affidata esclusivamente a dichiarazioni di principio, per poi arretrare di fronte alla necessità di affrontare comportamenti concretamente lesivi. La scuola perde credibilità quando il rispetto delle regole viene presentato come un valore essenziale ma diventa, nei fatti, oggetto di continue eccezioni e mediazioni. Un atteggiamento educativo serio richiede invece coerenza, capacità di intervento e chiarezza nel distinguere il confronto legittimo dalle condotte che compromettono la sicurezza collettiva.
La presenza di minorenni tra le persone coinvolte rende ancora più delicata la vicenda, ma non ne riduce la rilevanza. La giovane età impone equilibrio nella valutazione delle responsabilità e attenzione alle conseguenze educative degli eventuali provvedimenti, senza però alimentare l'equivoco secondo cui la responsabilità personale possa essere sospesa in ragione dell'immaturità. La crescita passa anche attraverso il riconoscimento della gravità delle proprie azioni e della concreta possibilità che scelte impulsive producano conseguenze irreversibili.
Il CNDDU esprime solidarietà alle persone ferite e apprezzamento per quanti sono intervenuti nella gestione dell'emergenza, auspicando che gli accertamenti in corso consentano di individuare con precisione le responsabilità, evitando generalizzazioni nei confronti della popolazione studentesca.
La questione che Lucca pone all'attenzione pubblica, tuttavia, è più profonda della pur necessaria ricostruzione dei singoli episodi. Riguarda la contraddizione di un sistema educativo al quale si chiede di formare persone autonome e responsabili, mentre si rischia di accettare che l'assunzione delle conseguenze delle proprie azioni resti un principio astratto. Non si può pretendere maturità dagli studenti e, contemporaneamente, sottrarre ogni comportamento alla severità di una valutazione quando quella maturità viene meno. Né si può invocare il ruolo formativo della scuola se, nel momento in cui la sua funzione viene compromessa, si considera la fermezza una risposta eccessiva.
Sarebbe dunque insufficiente archiviare l'accaduto con il ritorno alla regolarità delle lezioni o con una generica esortazione al dialogo. Il ripristino dell'ordine risolve l'emergenza, non necessariamente il problema che essa rivela. La vera criticità emerge quando la violazione delle regole smette di suscitare una chiara percezione della propria gravità e diventa un elemento quasi prevedibile della vita scolastica. È questa progressiva normalizzazione, ancor prima del singolo episodio, a richiedere una risposta istituzionale coerente.
La scuola non può diventare il luogo nel quale si apprende che la forza produce attenzione, che l'interruzione delle attività garantisce ascolto e che le conseguenze delle proprie scelte possono essere sistematicamente rinviate o ridimensionate. Se passa questo messaggio, il danno educativo supera quello materiale e investe il significato stesso dell'esperienza scolastica. A Lucca non è in discussione soltanto la gestione di una protesta degenerata, ma la credibilità delle regole che devono governare la convivenza. E un'istituzione che rinuncia a rendere effettive le proprie regole finisce per insegnare, suo malgrado, che rispettarle è facoltativo.
prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU