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  • 22/02/2024 12:16

Una triste storia di Mobbing a Lucca

“Vessato per anni e vittima di violenze fisiche”: trentenne lascia il lavoro e chiede giustizia L'ultima denuncia è stata archiviata pochi mesi dopo l’ennesimo pomeriggio passato al pronto soccorso ma il giovane ora si è rivolto al Centro anti-mobbing Ottobre 2023 Estratto da Lucca in diretta Potrebbe sembrare uno scherzo infantile e di pessimo gusto, una stupida bravata tra colleghi, invece è solo uno dei tanti motivi per cui un trentenne della Piana ha deciso di abbandonare il proprio posto di lavoro, pensando addirittura di togliersi la vita. Oltre agli scherni, infatti, il giovane avrebbe subìto vere e proprie violenze fisiche che, con il passare degli anni, sono diventate sempre più brutali e insostenibili. Le foto, i lividi e i referti medici però non sono bastati: la denuncia rivolta “a persone note” è stata archiviata pochi mesi dopo l’ennesimo pomeriggio passato al pront Gli scherni sono iniziati fin da subito, nei primi anni Duemila, quando il ragazzo ha iniziato a lavorare in una azienda. Il datore di lavoro e gran parte dei colleghi lo hanno sempre preso di mira, forse per il suo carattere remissivo o – come lo definisce lui – “troppo buono”. Hanno iniziato con qualche battuta fino ad arrivare alle offese, alle umiliazioni, e poi addirittura ai calci dati con le scarpe chiodate, ai pizzicotti che gli hanno lasciato i lividi sulle braccia per settimane. Sembra incredibile, eppure lì dentro ci ha passato più di quindici anni, trovando il coraggio di andarsene e di denunciare solo grazie al supporto della famiglia e di un terapeuta. Anni difficili in cui ha dovuto iniziare a curarsi, facendosi seguire da professionisti. Le foto di quei segni sul viso e sul corpo le tiene custodite gelosamente in una cartellina bianca, sperando che un giorno la giustizia arrivi anche per lui. Ha conservato tutto, ogni singola umiliazione, ogni livido che – più che sulla pelle – gli hanno lasciato nell’anima. Insieme alle foto delle ferite e dei punti di sutura, infatti, anche i tanti bigliettini che i colleghi gli facevano trovare la mattina, appena arrivava a lavoro: Fai tutti i fori, testa di cazzo, Sei un gay. Sull’armadietto anche la scritta indelebile F.D.P. (figlio di puttana). Una volta, nel tubo di scappamento della sua auto, ci ha trovato persino un sacchetto di plastica. Per anni, poi, gli hanno nascosto il pranzo nel congelatore, dovendo poi buttare tutto. Ma c’è di più. Alcuni video – su cui lavorerà anche la polizia postale – sono finiti sul web senza il suo consenso: i colleghi – come ha raccontato il ragazzo – gli aprivano l’armadietto con la forza e, una volta avuto accesso libero al suo telefono, hanno postato video di ogni tipo, anche i più insignificanti, trovati nell’archivio. Su YouTube anche un video in cui si vede – e si sente – chiaramente che i colleghi lo stanno umiliando. A tradirlo, una risata: il video, visto e analizzato anche dagli inquirenti, non è stato preso in considerazione ai fini della denuncia proprio perché il ragazzo – durante lo scherno dei colleghi – stava ridendo. Una risata nervosa, uscita forse per sfogare l’imbarazzo del momento e la totale incapacità di reagire a quegli scherzi pesanti e non graditi, che però lo ha tradito per sempre. Un “Joker” senza parrucca e naso rosso che per anni ha subìto in silenzio, ma adesso è arrivato il momento di alzare la voce, di reagire. Dopo una proposta di patteggiamento e l’archivio della denuncia, non si è infatti dato per vinto, cercando aiuto in tutta Lucca, e anche altrove: il suo caso è stato segnalato anche alle redazioni di celebri programmi televisivi, che probabilmente non tarderanno ad arrivare nella nostra città. Per questo caso si è attivato anche il Ciam, il Centro italiano anti-mobbing, grazie al quale il ragazzo sporgerà una nuova denuncia. La strada però, è tutta in salita: al momento il ragazzo sta cercando testimoni che lo possano aiutare in questa sua grande battaglia, ma non è facile. Anche avvocati e sindacalisti, a detta del ragazzo, “non hanno mai preso a cuore il suo caso”. Il mobbing, ricordiamo, è un termine che è stato impiegato per definire una serie di condotte aggressive e frequenti nei confronti di un lavoratore, ed è un reato punibile con la reclusione. Per adesso, di tornare a lavoro non se ne parla: “Ho mandato tanti curricula, ma sinceramente in questo momento non me la sento di tornare a lavorare. L’unica cosa che voglio è ottenere giustizia, per me e per tutte le persone che hanno subito quello che ho passato io. Quando faccio vedere le foto dei miei lividi la gente inizia a piangere, in tanti mi hanno chiesto come abbia fatto a sopportare tutti quegli anni. Non lo so come ho fatto, so solo che adesso sono veramente stanco e farò di tutto per avere ciò che mi spetta“.

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