Intervista a MATTEO RENZI
Intervista a Matteo Renzi per «Corriere 7» del 02-01-2026
di Maria Teresa Meli
Matteo Renzi, quanto tempo prima del voto ha capito di aver perso il referendum del 2016?
«I sondaggi erano positivi fino a giugno. Poi il patatrac: la Brexit, i risultati delle comunali con le vittorie grilline e infine Trump. Io ci ho creduto fino alla fine. Quando però la domenica mattina mi sono messo in fila per votare e ho visto la coda ho capito che era finita: la gente non votava per la Costituzione ma contro il governo. E infatti mentre andavamo alla messa ho detto ad Agnese: abbiamo perso. Abbiamo lasciato i ragazzi con i nonni e siamo arrivati a Palazzo Chigi all’ora di pranzo per gestire la sconfitta».
Si è mai pentito di aver legato le sorti del suo governo al referendum?
«Non sono stato io a personalizzare le riforme: era il mio governo che era nato per quello. L’unico errore che mi rimprovero è stato non dimettermi il giorno prima del referendum, come avevo pensato. Così sarebbe stato chiaro che riforma e governo avevano due vite diverse. Ma in realtà come dimostra la stessa vicenda britannica, quando un governo perde un referendum così importante è ovvio che va a casa: Cameron aveva spergiurato fino al giorno prima che sarebbe rimasto premier anche in caso di vittoria della Brexit. Due ore dopo aver perso gli avevano già intimato lo sfratto».
Disse che si sarebbe dimesso se la riforma non fosse passata nel corso di una conferenza stampa di fine anno.
«Lo avevamo già detto anche in Parlamento. Quel governo aveva cominciato nel momento della crisi più nera. Oggi abbiamo resettato ma allora la situazione era grave. Ricordo che nella prima telefonata Obama mi disse: occhio che fate la fine della Grecia. Feci partire tantissime riforme come Industria 4.0, il JobsAct, le Unioni Civili, l’IMU prima casa, l’IRAP costo del lavoro, gli 80€, il terzo settore e il dopo di noi, lo SPID, l’investimento in cultura. Fu come uno tsunami di cambiamenti. L’Italia politica fino ad allora era il Paese più gerontocratico dell’occidente e all’improvviso un gruppo di quarantenni, per metà donne, cominciò una rivoluzione. Nel bene e nel male è stata una ventata di aria fresca anche per chi non la pensava come noi. Era ovvio che ove sconfitto avrei dovuto lasciare. Ero l’uomo più potente d’Italia il giorno prima, mi sono dimesso da tutto, sia dal governo che dal Pd, e ho riniziato da zero».
La notte dei risultati che cosa le è passato per la testa?
«Quella notte ero tranquillissimo: volevo trasferirmi negli Stati Uniti e lavorare nel settore privato. Avevo offerte molto vantaggiose e sarebbe stato un cambio di vita affascinante. Volevo solo garantire un passaggio di consegne ordinato per rispetto istituzionale. Ma io ero sollevato e tranquillo».
La notte dei referendum lei ha deciso subito di annunciare le dimissioni o ci ha pensato un po’?
«Non ho mai avuto neanche un dubbio sul dimettermi. Lo dissi al Presidente della Repubblica ma anche ai due leader stranieri che mi furono più vicini, Obama e Merkel. Mi sono dimesso da premier, e da segretario del Pd, da tutti gli incarichi: nessuno ha avuto la forza di lasciare tutto per ripartire da zero. Il mio errore, con il senno di poi, è stato farmi incastrare dall’affetto di tanti che mi hanno detto: ok, ti sei dimesso, ma adesso ripartiamo e rivinciamo il congresso. Del resto tredici milioni di italiani mi chiedevano di non mollare. Lì, forse, ho sbagliato. Dovevo proprio andarmene».
La notte tra il 4 e il 5 dicembre lei era con sua moglie. Come l’ha confortata Agnese?
«Siamo stati insieme tutto il giorno. Per noi è stata dura la giornata della domenica, quando sapevamo dagli exit che avevo perso, ma come sempre in questi casi la prendevamo sul ridere. Le lacrime sono arrivate dopo. Quanto sono stati duri i mesi delle aggressioni mediatiche, delle indagini ad orologeria, dell’arresto dei miei genitori: lì abbiamo patito tanto. Ma nella notte tra il 4 e il 5, dopo la conferenza stampa, siamo usciti abbracciati, abbiamo salutato tutti, mandato un messaggio ai ragazzi che erano già a letto a Firenze. E abbiamo dormito insieme profondamente al terzo piano di Palazzo Chigi per l’ultima volta. Alle sette del mattino ci siamo svegliati, la doccia e poi il caffè con la macchinetta in ufficio. E Agnese è tornata a Firenze mentre io sono rimasto per formalizzare le dimissioni. Nessuna tragedia ma solo tanta gratitudine per il pezzo di strada che avevamo fatto insieme. Sui social intanto criticavano Agnese persino per il maglioncino bianco di Ermanno Scervino, peraltro bellissimo. Prima o poi qualcuno studierà perché hanno costruito una campagna di odio così pervicace contro di noi...».
Sua moglie durante la conferenza stampa in cui ha annunciato il suo addio la guardava e le sorrideva. Un incoraggiamento?
«Agnese era come me convinta che sarebbe stato giusto lasciare l’Italia per qualche anno. Poi però è accaduto qualcosa di incredibile: migliaia di lettere, la gente che veniva a Pontassieve a cercarci, tutti a chiederci di non mollare. E proprio lei è stata la prima a dirmi: vai avanti, non puoi mollarli adesso».
Un pezzo del suo partito era contro di lei, Speranza e D’Alema si sono abbracciati dopo la sua sconfitta. L’ha amareggiata vedere quella scena?
«No. Molti l’hanno vissuta come un tradimento. Però è la politica: si vince e si perde, chi vince ha il diritto di esultare. Per la vecchia guardia del Pd, azzoppare me era troppo importante. Sapevano che così facendo avrebbero perso il Paese ma sapevano anche che si sarebbero ripresi la Ditta. E per loro era più importante. Poi oggi il CNEL è più vivo che mai, il titolo V è sempre più un problema, il bicameralismo non funziona, il regionalismo meno che mai. Ed è finalmente chiaro che la riforma serviva all’Italia, non a me».
In fondo aveva preso il 40 per cento, perché non ha scelto di andare alle elezioni?
«Perché non mi ci hanno mandato. Una parte del Pd aveva bisogno di tempo per cuocermi a fuoco lento. Andare a votare subito mi avrebbe riportato a Palazzo Chigi perché allora stavamo tra il 30 e il 40. Bisognava indebolirmi. Solo che hanno esagerato e tenendomi a bagnomaria fino al marzo 2018 siamo scesi sotto il 20%. Le motivazioni teoriche furono la melina sulla legge elettorale e la necessità di vedere i primi risultati delle riforme: il PIL iniziava timidamente a crescere, gli ordini a salire, avevamo la cerimonia dei 60 anni dell’Unione Europea e la presidenza del G7. Ma in realtà l’obiettivo era logorarmi, non farmi tornare a Chigi e fare un accordo di legislatura senza di me. Solo che hanno esagerato e alla fine è nato il governo gialloverde».
Che giorni sono stati quelli tra la notte del referendum e il 12 dicembre?
«Operosi. Chiudemmo la legge di bilancio in largo anticipo e costituimmo il Governo Gentiloni. Furono le settimane successive meno facili: casualmente arrivarono i primi avvisi di garanzia a Lotti e ad altri miei amici. Poi a mio padre. Il deep state iniziava a vendicarsi come accade spesso a chi perde il potere. Credo che succederà anche a Meloni se perderà le prossime elezioni: conoscendo come funziona il Paese non mi stupirei».
Il 12 dicembre lei ha passato la campanella a Gentiloni, cosa ha provato in quel momento?
«Non vedevo l’ora di andarmene. Stare a Palazzo Chigi è stato bellissimo per tre anni. In quella settimana però ero diventato un morto che camminava. Ho passato la campanella scherzando come è giusto fare e sono salito in auto che era già dopo cena, direzione Pontassieve. Ho fatto in tempo a leggere un messaggio affettuoso di Dario Franceschini e poi mi sono - come sempre - addormentato in auto».
Ha deciso lei che Gentiloni fosse il suo successore?
«Senza nulla togliere alle prerogative del Capo dello Stato è evidente che il nome lo feci io. Del resto è un segreto di Pulcinella, se lo ricordano tutti… a parte Gentiloni che lo dimenticò già la settimana successiva. Ma ognuno ha il suo stile e io mi tengo stretto il mio. I nomi erano tre: Franceschini era il più politico, Padoan il più tecnico, Gentiloni una via di mezzo. Proposi Paolo a Mattarella, che accettò subito».
In quel periodo ha conosciuto l’ingratitudine di chi nel suo partito fino a qualche giorno fa era un suo supporter sfegatato e poi si è defilato?
«Molti ex renziani hanno preso il master in ipocrisia. Il motivo per cui apprezzo quelli come Elly Schlein è che loro mi facevano la guerra quando ero potente. E dunque io ho rispetto per chi ti affronta in battaglia. Invece nel Pd erano tutti renziani salvo poi diventare smemorati il giorno dopo le sconfitte. Però che posso dirle? Dopo dieci anni sono un uomo felice. Ho una famiglia meravigliosa, mi godo la vita, ho ricevuto molto più di quanto ho dato e quando parlo sono in tanti che ancora mi ascoltano, anche all’estero. La migliore vendetta è la felicità, scriveva Alda Merini. Per mesi ho pensato che il mio obiettivo dovesse essere quello di tornare a Palazzo Chigi. Oggi sono totalmente libero e penso che il tempo abbia chiarito tante cose. La prima è che quella riforma serviva al Paese. La seconda è che il mio Governo ha fatto moltissime cose positive. La terza è che ho compiuto 50 anni e sono felice della vita che faccio. In politica paradossalmente oggi sto cercando di dare una mano a ricostruire il centrosinistra senza far polemica sul passato, con cui ho fatto definitivamente i conti. Un grande statista svedese, Dag Hammarskjöld, diceva “Al Passato grazie, al futuro sì”. Per me il passato va solo ringraziato, ora c’è da costruire il futuro».