Quando il linguaggio cambia: modi di dire un tempo comuni oggi percepiti come volgari
Ci sono espressioni che ...

Quando avevo vent’anni, a Lucca certe cose non si nominavano ad alta voce. Si diceva “quelle case”, oppure si faceva un cenno con la testa, come per indicare un posto che tutti conoscevano ma che nessuno aveva bisogno di spiegare. Le case di tolleranza stavano lì, nascoste alla vista eppure presenti nella vita della città come un rintocco lontano delle campane: non le vedevi, ma sapevi che c’erano.
Non erano palazzi eleganti. Erano appartamenti con persiane sempre socchiuse, scale consumate, odore di cera e di fumo freddo. Dentro, una luce gialla che sembrava non cambiare mai, né d’inverno né d’estate. Le donne parlavano piano, con accenti diversi, qualcuna più giovane, qualcuna già stanca negli occhi. Non c’era romanticismo, solo un ordine rigido e un silenzio fatto di regole non scritte. Si entrava, si pagava, si usciva. Tutto rapido, tutto separato dal resto della vita.
Per noi ragazzi era una specie di passaggio obbligato, più raccontato che vissuto. Si andava in gruppo, per farsi coraggio, e poi si tornava fuori ridendo troppo forte, come se il rumore servisse a cancellare l’imbarazzo. Gli uomini più grandi invece entravano da soli, con il cappello calato sugli occhi, e li vedevi sparire dietro quella porta come se stessero entrando in un’altra città.
Lucca allora era più chiusa, più attenta a non far trapelare nulla. La domenica tutti in chiesa, il lunedì di nuovo le abitudini di sempre. Le case di tolleranza facevano parte di quell’equilibrio strano: ufficialmente esistevano, moralmente si fingeva di no. Nessuno ne parlava davanti alle donne di casa, ma tutti sapevano dove fossero.
Poi un giorno chiusero. Le porte rimasero serrate, le finestre spente. Alcune donne se ne andarono senza saluti, altre rimasero in città cambiando nome, lavoro, vita. Per noi fu come se qualcuno avesse spento una luce che non illuminava, ma scaldava. La città non divenne migliore o peggiore, solo diversa. Più silenziosa su certi argomenti, forse più ipocrita, forse solo più moderna.
Ora che sono assai vecchietto passo davanti a quei vicoli e vedo negozi, appartamenti ristrutturati, turisti con il telefono in mano. Nessuno immagina cosa c’era lì dentro. E va bene così. Ma ogni tanto, la sera, quando Lucca torna quieta e l’aria profuma di pietra antica, mi sembra ancora di sentire una porta che si chiude piano e una risata sommessa che sale per le scale. È la memoria che non chiede permesso, e che non ha bisogno di targhe per ricordare.
Il Macellaio
Riservatezza di che mica ha fatto nomi cognomi ha oarkato di una realtà di un tempo ora relegata nelle strade o nelle escort più famose...
Ovvia
Nostalgia delle case di tolleranza. Bel racconto! Ognuno ha la libertà di esprimersi come vuole, ma in po' di riservatezza delle proprie nostalgie non sarebbe male.
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