Cosa c’è davvero dietro il dibattito sul linguaggio e l’Unione Europea
Negli ultimi giorni il tema del cosiddetto “lessico woke” è tornato al centro del dibattito pubblico, complice la diffusione di notizie secondo cui l’Unione Europea imporrebbe ai Paesi candidati all’adesione l’adozione di un linguaggio neutro e inclusivo, arrivando persino a scoraggiare l’uso di termini tradizionali come “padre”, “madre”, “marito” o “donna”. Una lettura che ha acceso polemiche politiche e culturali, spesso molto più forti dei fatti che le hanno generate.
Alla base della questione ci sono programmi e progetti europei legati alla promozione della parità di genere e alla lotta alle discriminazioni. In questi contesti vengono talvolta elaborate linee guida che suggeriscono un uso del linguaggio più attento alle differenze, soprattutto nei documenti istituzionali e nella comunicazione pubblica. L’obiettivo dichiarato è evitare formulazioni che possano risultare escludenti o stereotipate e favorire un linguaggio più rispettoso della pluralità sociale.
Il punto centrale, però, è distinguere tra suggerimenti e obblighi. Le indicazioni sul linguaggio rientrano nella categoria delle buone pratiche: strumenti di orientamento pensati per funzionari, enti pubblici o organizzazioni coinvolte in progetti specifici. Non si tratta di norme giuridiche vincolanti, né di condizioni formali per entrare nell’Unione Europea. I criteri di adesione restano quelli noti da anni: stabilità democratica, rispetto dei diritti fondamentali, stato di diritto ed economia funzionante. Il vocabolario quotidiano di un Paese non è oggetto di trattative ufficiali.
La polemica nasce quando queste linee guida vengono presentate come imposizioni ideologiche calate dall’alto. In questo passaggio si innesta l’eccesso: raccomandazioni tecniche diventano, nel racconto pubblico, divieti assoluti; documenti destinati a contesti specifici vengono descritti come regole generali valide per tutta la società. Il risultato è una semplificazione che alimenta paura e contrapposizione, più che comprensione.
Detto questo, anche il fronte dell’inclusione non è esente da critiche. In alcuni casi l’attenzione al linguaggio rischia di diventare eccessivamente rigida, producendo testi artificiali, poco chiari o lontani dal modo in cui le persone parlano davvero. Quando il linguaggio appare imposto o troppo ideologico, può generare rifiuto invece che dialogo, ottenendo l’effetto opposto rispetto a quello desiderato.
La realtà, come spesso accade, sta nel mezzo. È legittimo promuovere un linguaggio rispettoso e sensibile alle differenze, soprattutto nelle istituzioni. È altrettanto legittimo interrogarsi sui limiti di questo approccio e sui rischi di trasformare uno strumento culturale in una bandiera politica. Ridurre tutto a un “diktat woke” o, al contrario, negare qualsiasi problema, non aiuta a capire.
Più che di imposizioni o complotti linguistici, si dovrebbe parlare di equilibrio: tra inclusione e chiarezza, tra rispetto delle sensibilità e libertà espressiva. Solo così il dibattito può uscire dalla caricatura e tornare su un terreno più serio, dove i fatti contano più degli slogan e le parole tornano a essere un mezzo di comunicazione, non un campo di battaglia.
Il Fabbro