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  • 12/02/2026 09:42

Foibe e analisi su una memoria che divide

Parlare delle foibe significa entrare in una delle pagine più complesse e dolorose del Novecento italiano ed europeo. Non è una vicenda che si lascia spiegare con formule semplici, né con slogan ideologici. È una storia che nasce dentro la guerra, dentro il crollo degli Stati, dentro conflitti nazionali e rivoluzionari che travolsero intere popolazioni. Le violenze associate alle foibe si concentrano in due momenti distinti. Il primo segue l’8 settembre 1943, quando il collasso dello Stato italiano nei territori del confine orientale crea un vuoto di potere. Il secondo, più ampio e sistematico, coincide con la primavera del 1945 e l’avanzata delle forze jugoslave. Nel periodo tra le due guerre, Istria, Fiume e Dalmazia erano territori segnati da una composizione etnica mista. Il regime fascista impose politiche di assimilazione forzata: restrizioni linguistiche, repressione culturale, persecuzioni politiche. Queste scelte alimentarono tensioni profonde e un risentimento che la guerra rese esplosivo. L’occupazione italiana della Jugoslavia dal 1941 aggravò ulteriormente la situazione, con operazioni antipartigiane, internamenti e violenze che lasciarono ferite durature. Quando nel 1943 il potere italiano crolla, emergono dinamiche caotiche. In questa fase si intrecciano vendette locali, regolamenti di conti, epurazioni improvvisate. Vengono colpiti esponenti del regime, funzionari, ma anche civili. La violenza non risponde a un’unica regia, ma a una miscela di odio accumulato, opportunismo e conflitto politico. Nel 1945 il quadro cambia. La repressione assume tratti più organizzati. Le autorità jugoslave mirano a consolidare il controllo sui territori contesi e a eliminare opposizioni reali o potenziali. Le categorie di “nemico del popolo” o “elemento ostile” diventano elastiche. Tra le vittime figurano fascisti e collaborazionisti, ma anche funzionari statali, militari, civili italiani non necessariamente compromessi col regime, oltre a sloveni e croati anticomunisti. La logica dominante diventa politica e rivoluzionaria, intrecciata con la questione nazionale. Ridurre tutto a una rappresaglia contro i crimini fascisti è quindi parziale. Quei crimini contribuirono al clima di violenza, ma la repressione del 1945 risponde soprattutto a obiettivi di potere, epurazione e ridefinizione territoriale. Allo stesso modo, descrivere gli eventi esclusivamente come persecuzione etnica ignora la dimensione ideologica e politica che fu centrale. Le foibe rappresentano l’aspetto più simbolico e traumatico, ma non esauriscono il fenomeno repressivo. Molti morirono in fucilazioni, carcerazioni, deportazioni. La violenza fu un insieme di pratiche, non un unico meccanismo. Le conseguenze furono enormi. Oltre alle vittime, il grande esodo giuliano-dalmata trasformò radicalmente la geografia umana dell’Adriatico orientale. Centinaia di migliaia di italiani lasciarono terre dove spesso vivevano da generazioni. Fu un trauma collettivo che segnò famiglie, identità, comunità. In Italia, la memoria di queste vicende è stata a lungo frammentata. Durante la Guerra Fredda il tema rimase ai margini del discorso pubblico, complice la delicatezza diplomatica e gli equilibri politici interni. Solo negli ultimi decenni la questione è entrata più stabilmente nella narrazione nazionale. Il dibattito politico riflette questa storia irrisolta. Una parte della destra ha spesso enfatizzato la dimensione nazionale e identitaria, leggendo le foibe principalmente come tragedia degli italiani. Una parte della sinistra, soprattutto in passato, ha insistito maggiormente sul contesto della guerra e sulle responsabilità del fascismo, talvolta minimizzando o relativizzando la portata della repressione jugoslava. Negli anni più recenti si osserva, almeno in ambito storiografico, una maggiore convergenza verso interpretazioni più articolate. Gli storici tendono oggi a descrivere le foibe e la repressione jugoslava come un fenomeno multidimensionale: vendetta, epurazione politica, conflitto nazionale, logica rivoluzionaria. Una tragedia che non si lascia ingabbiare in una lettura unica e che proprio per questo continua a generare tensioni nella memoria pubblica. La difficoltà, ancora oggi, non è tanto stabilire che cosa sia accaduto, quanto accettare che più verità possano coesistere: la violenza del fascismo, la brutalità della repressione, il dramma dell’esodo, la strumentalizzazione politica della memoria. Tenere insieme questi elementi richiede uno sforzo di equilibrio che raramente trova spazio nel confronto politico. Eppure è proprio lì, in quella zona scomoda lontana dagli slogan, che si avvicina di più una comprensione storica onesta. Perché le foibe non sono solo un capitolo del passato, ma un banco di prova per il modo in cui una società affronta le proprie ferite.

I commenti

Mi spiace MA tendo a non dar retta a chi mi da ragione e subito dopo si sente in dovere di ricadere nell’errore con un bel MA….
Le rispondo per cortesia, rendendomi conto che ancora una volta non servirà a nulla: il ruolo del fascismo di confine non può essere in alcun modo rimosso dalle molteplici cause che portarono alla tragedia degli infoibati e degli esuli. Ovvio che i quadri jugoslavi si concentrassero su gerarchi, podestà, centri di potere politico ed economico, e senza andar troppo per il sottile. Il tutto si svolse poi in un clima di gran confusione e improvvisazione, e moltissimi furono i casi di vendette personali, regolamenti di conti, veri e propri atti criminali che ben poco avevano a che vedere con le motivazioni e gli obiettivi dei quadri di potere jugoslavi (che non si vogliono giustificare, sia chiaro). Per questo negare il ruolo dei soprusi e delle atrocità perpetrate negli anni precedenti dal fascismo di confine significa fare revisionismo (e negazionismo) e falsificare la storia a danno della memoria di tutte le vittime. Inclusa la tragica vicenda della Cossetto, che pare ormai relegata all’immeritato ruolo di “banderuola” tanto cara alla estrema destra nostrana, che non esita a inventare là dove non si hanno evidenze storiche utili a certa vomitevole propaganda.

Anonimo - 16/02/2026 01:26

Mi pare chiaro che tutto è in relazione, ma la pulizia etnica dei veneto/italiani non fu una reazione a qualcosa fatto dal fascismo, bensì fu, come ogni pulizia etnica, un'azione pianificata per togliere di mezzo una popolazione considerata ostile dalla Jugoslavia. La stessa pulizia etnica era già stata applicata agli italiani di Spalato e Sebenico prima della seconda guerra mondiale. Sia ben chiaro che sono tutti frutti avvelenati del nazionalismo. Nazionalisti erano i fascisti, ma nazionalisti erano anche i comunisti slavi e prima di loro i vari Ustascia e affini sloveni. Non erano nazionalisti gli stati del vecchio regime, come le repubbliche di Ragusa e Venezia ed infatti, in tali repubbliche un minimo di convivenza etnica, sia pure imperfetta, esisteva. Quindi, se a Lei piace mettere le cose in relazione, diciamo che la pulizia etnica degli italiani fu uno dei tanti eventi provocati dal nazionalismo nell'Europa centro - orientale. Tra le altre cose nel territorio già jugoslavo le pulizie etniche sono riprese con il crollo dello stato comunista.

Anonimo - 14/02/2026 02:52

Con tanti problemi che assillano il nostro Paese negli ultimi mesi, mi chiedo se non sarebbe il caso di finirla con polemiche e propagantistiche elucubrazioni inutili e dannose. Ogni ricorrenza, soprattutto questa del 10 febbraio, si presta ad attacchi vergognosi da ambo le parti, maggioranza e minoranza, con mancanza totale di rispetto verso quei poveri italiani che persero la vita o che furono costretti ad emigrare dalle loro terre. Dopo ottant'anni non si riesce ancora a giungere alla pacificazione degli animi. In Germania ci sono riusciti, qui da noi no. Finiamola per favore!

Anonimo - 13/02/2026 16:45

Che modo assurdo di fare storia sarebbe quello di NON mettere in relazioni fatti e accadimenti, e di trattarli come fatti isolati e privi di contesto?!? Che poi è proprio quello che scientemente sta facendo da anni la propaganda di certa destra degenarata.
Qua siamo proprio al delirio antistorico.

anonimo - 13/02/2026 10:23

La politica fascista di assimilazione forzata è un fatto che, per altro, accomuna le cinque province orientali a quella di Bolzano. L'occupazione italiana di parti di Slovenia e Croazia è un altro fatto. La pulizia etnica fatta dai titini è un altro fatto ancora e ci sarebbe stata anche senza la politica fascista di assimilazione e senza l'occupazione. Forse sarebbe stata meno cruenta in qualche episodio, ma la pulizia etnica ci sarebbe stata lo stesso, come c'è oggi in Tibet (attuata dalla Cina), o in Ucraina (adottata dalla Russia). Mettere in relazione diretta la pulizia etnica dell'elemento italofono con quello che fece il fascismo è veramente fuorviante e genera una gran confusione.

anonimo - 13/02/2026 05:01

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