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  • 26/05/2026 13:21

Trent’anni e una pressa: l’ennesima morte sul lavoro

Un’altra sirena, un’altra corsa disperata dei soccorsi, un’altra famiglia che nel giro di pochi minuti si ritrova con la vita spezzata. Ad Altopascio, in provincia di Lucca, un operaio di 30 anni è morto dopo essere rimasto schiacciato da una pressa mentre lavorava all’interno di un’azienda del settore farmaceutico nella zona di Spianate. L’allarme è scattato nella tarda mattinata. I colleghi hanno tentato subito di salvarlo, iniziando le manovre di rianimazione prima ancora dell’arrivo del 118, ma non è bastato. Sul posto sono intervenuti sanitari, vigili del fuoco, carabinieri e tecnici della prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. Adesso toccherà agli investigatori ricostruire cosa sia successo davvero: un guasto, una distrazione, una procedura saltata, un sistema di sicurezza non funzionante oppure una tragica concatenazione di eventi. In casi simili bastano pochi secondi. Una mano nel punto sbagliato, un sensore che non blocca il macchinario, una manutenzione fatta sotto pressione. E il lavoro si trasforma in condanna. La cosa più dura da accettare è che queste notizie non sorprendono più nessuno. Colpiscono, indignano per qualche ora, riempiono i social di rabbia e cordoglio, poi vengono inghiottite dalla normalità. Eppure le morti sul lavoro continuano a scandire le cronache italiane con una frequenza che ormai fa paura. Fabbriche, cantieri, magazzini, aziende agricole: cambia il luogo, ma il finale spesso resta lo stesso. Dietro tragedie di questo tipo ci sono quasi sempre elementi ricorrenti: ritmi elevati, personale ridotto, formazione insufficiente, manutenzioni rimandate, procedure che sulla carta esistono ma nella pratica vengono aggirate per “fare prima”. In molti ambienti industriali la pressione produttiva è diventata costante. Si corre sui tempi, sulle consegne, sugli straordinari. E quando la velocità diventa più importante della sicurezza, il rischio aumenta inevitabilmente. C’è anche un aspetto di cui si parla poco: l’assuefazione al pericolo. Chi lavora ogni giorno vicino a macchinari pesanti finisce spesso per normalizzare il rischio. Succede lentamente. Si abbassa la soglia dell’attenzione, si fanno movimenti automatici, si prende confidenza con ciò che invece dovrebbe fare paura ogni singolo giorno. È un meccanismo umano, ma devastante. Ogni volta che accade una morte sul lavoro partono promesse, tavoli tecnici, minuti di silenzio e dichiarazioni politiche. Ma il punto vero resta sempre lo stesso: la sicurezza costa tempo, denaro, controlli continui e cultura. E molte aziende continuano a viverla come un obbligo burocratico invece che come una priorità assoluta. Un uomo di 30 anni esce di casa per lavorare e non torna più. Tutto il resto viene dopo.

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