Quale nome per il Ponte ?
Tra questi c’è il nome ...

La guerra di chi non ha ancora iniziato
Quando ciò che sembrava impossibile inizia a farsi realtà.
A sessantasei giorni dall’avvio dell’Operazione Epic Fury (28 febbraio 2026), il cessate il fuoco del 7 aprile è sotto pressione sistematica. Lo Stretto di Hormuz rimane chiuso al traffico commerciale libero. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf ha scritto martedì su X che “la continuazione della situazione attuale è insostenibile per gli Stati Uniti, mentre noi non abbiamo ancora iniziato davvero.” Quella frase, letta senza il filtro della propaganda, vale come documento strategico più che come dichiarazione pubblica.
La mattina del 4 maggio 2026, due cacciatorpediniere lanciamissili americani sono entrati nello Stretto di Hormuz nel quadro dell’operazione denominata “Project Freedom,” l’iniziativa con cui il presidente Trump aveva annunciato dal suo campo da golf in Florida che gli Stati Uniti avrebbero guidato le navi commerciali bloccate nel Golfo Persico verso acque libere. Due navi battenti bandiera americana hanno completato il transito. Nel giro di ore, la risposta iraniana era già arrivata: missili da crociera e droni contro le unità navali americane e i mercantili, sei motovedette delle Guardie della Rivoluzione (IRGC, Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) distrutte da elicotteri Apache del Comando Centrale americano (CENTCOM), un porto petrolifero emiratino in fiamme a Fujairah, un mercantile sudcoreano con un’esplosione nel vano motore. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha sintetizzato la posizione di Teheran in una formula che rende inutile ogni commento aggiuntivo: “Project Freedom è Project Deadlock,” libertà di navigazione è vicolo cieco.
Project Freedom è la quinta o sesta soluzione annunciata per Hormuz dall’inizio del conflitto. Come le precedenti, ha avuto una vita di quarantotto ore sui media senza produrre risultati strutturali. Inserita nella sequenza di comportamenti documentata da questa serie nei sessantasei giorni trascorsi dal 28 febbraio, questa non è una nuova crisi: è il campione più recente di una dinamica già pienamente leggibile. La lettura più coerente con i dati disponibili è anche quella che suscita maggiore disagio analitico: l’Iran sta conducendo una guerra che ritiene vincibile, alle proprie condizioni, nel proprio tempo, e la sua condotta operativa e diplomatica è coerente con questa premessa.
Il comportamento iraniano di questi giorni si presta a tre interpretazioni distinte, che la prudenza metodologica impone di trattare non come alternative ma come variabili concorrenti, potenzialmente attive in proporzioni diverse e simultaneamente. La prima è che Teheran abbia “pesato” Trump e lo valuti strutturalmente incapace di una vera escalation distruttiva, per ragioni che affondano nella sua posizione politica interna. La seconda è che i danni inflitti alla struttura militare convenzionale e al programma nucleare iraniano siano inferiori a quanto supposto, a causa dei limiti intrinseci di una campagna esclusivamente aerea. La terza è che il regime conduca una battaglia esistenziale in cui concessioni al nemico e sconfitta militare producono esiti equivalenti in termini di sopravvivenza, e che in questa condizione la razionalità strategica iraniana operi su un orizzonte di calcolo qualitativamente diverso da quello di qualsiasi negoziatore che abbia alternative al conflitto. Nessuna delle tre, presa isolatamente, esaurisce la spiegazione, ma è la loro sovrapposizione a rendere il comportamento osservato internamente coerente.
Sul primo ramo, i segnali dalla controparte sono numerosi e convergenti. Il sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos del 3 maggio collocava l’indice di disapprovazione di Trump al 62%, con il 66% degli americani contrari alla guerra in Iran e l’approvazione sulla gestione dell’economia scesa al 34%. La benzina supera i 4,48 dollari al gallone, il gasolio i 5,66, entrambi con incrementi di oltre il 50% dall’avvio del conflitto. Il War Powers Resolution del 1973, la legge sui poteri di guerra che impone al presidente di ottenere l’autorizzazione del Congresso entro sessanta giorni dall’avvio delle ostilità, è scaduto il 1° maggio in un contesto di crescente insofferenza parlamentare. Il summit con il presidente cinese Xi Jinping è fissato per il 14-15 maggio. Trump ha definito gli scontri di lunedì “una piccola guerra, un piccolo diversivo, sta andando molto bene.” Lo stesso giorno, in un evento alla Casa Bianca per la Settimana della Piccola Impresa, dichiarava che l’economia “ruggisce” mentre il Brent (il greggio di riferimento internazionale) sfiorava i 114 dollari al barile. Vali Nasr, ex funzionario americano e studioso dell’Iran ora alla Johns Hopkins University, ha osservato che il consiglio ricevuto all’inizio della guerra, secondo cui bombardare l’Iran avrebbe portato a una vittoria rapida, “si è dimostrato falso,” e che Trump “è ora probabilmente scettico sul fatto che gli USA debbano continuare a bombardare.” Un presidente che non vuole riprendere i bombardamenti, che non può permettersi politicamente una guerra lunga, che ha un summit con Pechino in dieci giorni, non è nella posizione di chi può aumentare indefinitamente la posta. Se Teheran ha elaborato questa lettura, la sua condotta è razionale.
Sul secondo ramo, il 4 maggio Reuters ha pubblicato un’esclusiva basata su tre fonti con accesso alle valutazioni dell’intelligence americana: la stima del tempo necessario all’Iran per costruire un’arma nucleare non è cambiata rispetto all’estate del 2025, quando era stata fissata a circa un anno dopo i raid di Midnight Hammer (l’operazione aerea americana del giugno 2025 che aveva colpito Natanz, Fordow ed Esfahan). Epic Fury si è concentrata su obiettivi militari convenzionali: la catena di comando, le infrastrutture di difesa aerea, la base industriale militare. Israele ha colpito alcuni siti nucleari, ma circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, sufficiente per dieci ordigni se ulteriormente arricchito secondo le stime dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), si trova in siti sotterranei che le munizioni disponibili non riescono a penetrare. Eric Brewer, ex analista senior dell’intelligence americana che guidava le valutazioni sul programma nucleare iraniano, ora vicepresidente del programma per i materiali nucleari al Nuclear Threat Initiative, ha dichiarato a Reuters che “l’Iran possiede ancora tutto il suo materiale nucleare, per quanto ne sappiamo,” e che non è sorprendente che le stime non siano cambiate, dato che i recenti attacchi americani non hanno prioritizzato obiettivi nucleari. La portavoce della Casa Bianca Olivia Wales ha risposto che “l’Operazione Midnight Hammer ha demolito le strutture nucleari iraniane e l’Operazione Epic Fury ha costruito su questo successo demolendo la base industriale difensiva.” Quella formulazione, tuttavia, non modifica il dato di fondo: la stima di breakout, cioè il tempo tecnicamente necessario a produrre materiale per un’arma, è rimasta invariata. Il principale obiettivo dichiarato della guerra non ha compiuto progressi misurabili.
Sul piano militare convenzionale il quadro è più netto: aviazione e marina iraniane sono state annientate, le strutture C2 (comando e controllo) significativamente degradate, l’arsenale balistico ridotto. Come questa serie ha argomentato fin dall’articolo La leva che resta, però, la chiusura di Hormuz non richiede capacità convenzionali: richiede la percezione credibile di una minaccia residuale che rende il transito non assicurabile dai mercati marittimi. L’IRGC ha aperto il fuoco su oltre venticinque navi commerciali, ne ha sequestrate due, ha tenuto la Marina americana a distanza per sessantasei giorni, usando mine e droni come moltiplicatori di forza che le motovedette degli anni Ottanta non avevano. Robin Mills, esperto del settore petrolifero che ha scritto per il Center on Global Energy Policy della Columbia University, ha valutato che il blocco americano alle esportazioni iraniane “non causerà danni catastrofici, né gravi, all’industria petrolifera upstream iraniana,” e che, quando il blocco sarà allentato, l’Iran sarà probabilmente in grado di riprendere la produzione al 70% in pochi mesi per poi recuperare la capacità pre-guerra. Il blocco produce sicuramente sofferenza economica: un milione di persone hanno perso il lavoro secondo il Wall Street Journal, i prezzi alimentari sono in impennata, la rete internet è stata interrotta. L’Iran però non è una democrazia, le proteste antibelliche non sono tollerate, e un regime che all’inizio dell’anno aveva represso con violenza inaudita le manifestazioni di piazza non è nella posizione di cedere per effetto di un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita della popolazione.
Il terzo ramo è quello che richiede la maggiore precisione analitica, perché il più difficile da separare dalla psicologia e il più vicino alla struttura istituzionale del regime. Danny Citrinowicz, ricercatore senior nell’unità Iran e asse sciita dell’Institute for National Security Studies, già capo della ricerca e analisi sull’Iran nell’intelligence militare israeliana, ha pubblicato il 29 aprile su Foreign Affairs un’analisi che merita attenzione. La tesi è che la guerra abbia salvato il regime anziché abbatterlo. L’Iran di fine 2025 era in crisi profonda: il rial aveva perso la metà del suo valore, l’inflazione sfiorava il 50%, la Banca Mondiale prevedeva una contrazione economica del 2,8% nel 2026, le proteste di dicembre avevano mobilitato centinaia di migliaia di persone in risposta a una miseria economica diventata insostenibile. Il regime aveva già iniziato ad allentare alcune politiche socialmente repressive, con donne visibilmente senza velo in pubblico e ambienti misti tollerati, e stava cercando un accordo con Washington che scambiasse avanzamenti militari e nucleari con alleggerimento delle sanzioni. La morte di Khamenei ha interrotto questo processo e ha consegnato il potere alle fazioni più dure dell’IRGC, con Mojtaba Khamenei, il figlio, come Guida Suprema. La pressione esterna concepita per rovesciare il regime lo ha paradossalmente consolidato intorno ai suoi elementi più intransigenti, che ora combattono per sopravvivere fisicamente più che per preservare un’agenda politica: per questi attori, la resa alle condizioni americane non è un’opzione politica scomoda ma la fine, e la loro razionalità strategica ne è conseguentemente modificata in profondità.
È in questo contesto che va letta la scelta iraniana di colpire Fujairah. Il porto emiratino, terminal d’uscita dell’oleodotto costruito dagli Emirati per portare il greggio al Golfo dell’Oman aggirando Hormuz, era rimasto l’alternativa logistica su cui le compagnie petrolifere avevano ripiegato dopo la chiusura dello Stretto. L’attacco del 4 maggio, insieme alla mappa pubblicata da Teheran che rivendica il controllo di una zona marittima estesa fino alle coste di Fujairah e Khorfakkan, chiude deliberatamente quella via d’uscita: se Teheran riuscisse a rendere il terminale emiratino strutturalmente non sicuro, il blocco di Hormuz si trasformerebbe da embargo parziale in assedio quasi totale delle esportazioni del Golfo. L’ammiraglio Ahmad Vahidi, alto ufficiale dell’IRGC, ha dichiarato che lo Stretto “non sarà aperto da un tweet del presidente degli Stati Uniti” e che “la gestione e il controllo di questa via d’acqua sono nelle mani dell’Iran.” Al 5 maggio 2026 quella affermazione corrisponde alla situazione operativa.
Il precedente storico più pertinente alla dinamica attuale non è l’Iraq del 2003 né la Libia del 2011, che pure circolano nel dibattito. È la Tanker War degli anni Ottanta, la guerra delle petroliere che accompagnò il conflitto Iran-Iraq dal 1984 al 1988, quando l’Iran usò mine, missili e motovedette per affermare il controllo delle acque del Golfo. Come ha ricostruito il Wall Street Journal, Tom Duffy, ex diplomatico e ufficiale navale americano che ha pubblicato quest’anno un libro su quella campagna, descrive la strategia iraniana come “invariata da cinquant’anni: una strategia di imposizione dei costi progettata per mettere se stessa in controllo delle acque regionali.” La differenza qualitativa rispetto agli anni Ottanta riguarda però le finalità: allora l’obiettivo era far salire i prezzi del petrolio senza attirare gli Stati Uniti in un conflitto diretto; oggi i falchi dell’IRGC puntano a strangolare le esportazioni petrolifere regionali in quella che considerano una guerra di sopravvivenza, con una disponibilità all’assunzione del rischio proporzionalmente più alta per via della posta in gioco. Sul piano delle capacità, l’arsenale di droni trasforma la proiezione di forza iraniana in modi che le motovedette degli anni Ottanta non consentivano. Sul piano americano, una Marina ridotta a circa trecento unità (erano circa seicento negli anni Ottanta, con una trentina dispiegata per la guerra delle petroliere), priva di fregate e con il CENTCOM orientato a non replicare il modello di scorta ravvicinata del 1987, opera oggi con un “overwatch militare” (copertura a distanza senza scorta diretta) da posizioni esterne allo Stretto anziché accompagnare i mercantili dentro il Golfo. Come ha notato Michael Eisenstadt, direttore del programma di studi militari e sulla sicurezza al Washington Institute for Near East Policy, questa scelta fornisce una capacità difensiva ma non la protezione sistematica che nel 1987 aveva richiesto decine di missioni ravvicinate. Le società di spedizione hanno comunicato che l’offerta americana non soddisfa “le condizioni che le convincerebbero a fare il viaggio.”
In questo quadro la mediazione pakistana sopravvive, ma non avanza. L’11-12 aprile Islamabad ha ospitato il primo round di colloqui diretti tra Washington e Teheran dall’avvio del conflitto, il livello di contatto più alto tra i due paesi dal 1979, senza produrre un accordo. I tentativi successivi di organizzare un secondo incontro sono falliti. L’Iran ha trasmesso al Pakistan una proposta in quattordici punti la cui struttura è nota, anche se il contenuto specifico non è stato reso pubblico: separa la questione nucleare dal cessate il fuoco permanente, rinviando il dossier a una seconda fase negoziale. La risposta americana, secondo fonti pakistane citate da Anadolu Agency, ha legato i due elementi: nessun cessate il fuoco permanente senza accordo simultaneo sul nucleare. Il nodo è dunque lo stesso di Ginevra a febbraio. Trump ha dichiarato di non essere “soddisfatto” dalla proposta, aggiungendo che le sue opzioni restano “o li bombardo o faccio un accordo.” Il 5 maggio il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha chiamato Araghchi per cercare di rilanciare i colloqui, ottenendo elogi per la mediazione “sincera” e nessun passo avanti sostanziale. Fonti pakistane descrivono un Iran che rischia di sopravvalutare la propria posizione negoziale e un’amministrazione americana che continua a cercare la vittoria totale. La continuazione del cessate il fuoco è già considerata da Islamabad un risultato sufficiente. Non è la descrizione di una trattativa in procinto di concludersi.
C’è un’assenza in tutto questo che merita di essere nominata con precisione, non come annotazione marginale ma come dato strutturale. Sul piano militare, l’unica traccia della presenza israeliana nelle fonti di questa settimana è il dato operativo che gli Emirati Arabi Uniti hanno usato sistemi Iron Dome (lo scudo missilistico israeliano) per intercettare quindici missili iraniani il 4 maggio. Sul piano politico, nessuna dichiarazione di peso del governo israeliano sul conflitto in corso, nessuna posizione pubblica sulla mediazione pakistana, nessun segnale di coordinamento operativo con Washington sul dossier Hormuz. I media internazionali che hanno coperto la crisi questa settimana non riportano voci israeliane sul quadro generale, soltanto notizie locali. Questa assenza si presta a tre letture, da tenere aperte in assenza di elementi verificabili. La prima è l’esaurimento degli intercettori, documentato nelle sessioni precedenti di questa serie, che limita la capacità israeliana di assorbire ritorsioni e quindi la libertà d’azione. La seconda è una scelta politica deliberata di lasciare a Washington la responsabilità visibile di un conflitto il cui esito diventa sempre più incerto. La terza, la più inquietante, è una distanza crescente dagli obiettivi operativi di una campagna che non sta producendo i risultati per cui era stata concepita, con conseguenze sul rapporto bilaterale che potrebbero diventare visibili in una fase successiva.
Nel computo dei danni di questo conflitto va iscritto un capitolo che le analisi operative tendono a trattare come conseguenza anziché come variabile autonoma: la crisi industriale ed energetica che si profila per l’autunno. Al 5 maggio 2026, il Brent oscilla tra 112 e 114 dollari al barile, circa il 60% in più rispetto ai livelli di febbraio. La benzina americana supera i 4,48 dollari al gallone, il gasolio i 5,66, entrambi con incrementi di oltre il 50% dall’avvio del conflitto, con effetti a cascata sui costi di trasporto delle merci e quindi sui prezzi al consumo. Oltre quattrocento navi di ottantasette paesi rimangono bloccate nel Golfo Persico. Il porto di Fujairah, l’alternativa logistica costruita dagli Emirati proprio per questo tipo di emergenza, è ora sotto attacco sistematico. I mercati assicurativi marittimi non coprono il transito. Deutsche Bank ha scritto in una nota che le rinnovate tensioni “hanno riacceso le preoccupazioni sulle pressioni inflazionistiche” a livello globale. Se questa configurazione si protrae oltre il secondo trimestre, ciò che oggi è una crisi diventa il nuovo equilibrio. Le economie europee ad alta intensità energetica e a bassa capacità fiscale, già esposte, entrano nell’autunno con un deficit energetico strutturale che nessuna politica di bilancio può assorbire nel breve periodo senza conseguenze sulla stabilità sociale e politica interna. Questo costo va ascritto al conflitto, non trattato come esternalità.
Tom Pickering, già Sottosegretario di Stato americano per gli Affari Politici, Gabrielle Rifkind e Paul Ingram hanno scritto il 1° maggio su Foreign Affairs che “la diplomazia coercitiva non è efficace: indurisce la resistenza, costringe il margine di compromesso e aumenta il rischio che le dispute degenerino ripetutamente in conflitti più violenti.” La loro proposta di accordo, una “golden bridge” (un’uscita onorevole offerta all’avversario, nella tradizione diplomatica del ponte d’oro) che permetta a entrambe le parti di ritirarsi da posizioni massimaliste rivendicando comunque una vittoria, parte da un presupposto che l’amministrazione Trump non ha finora accettato: il riconoscimento del diritto iraniano all’arricchimento dell’uranio per scopi civili. Prescindendo dalla valutazione della proposta in sé, la diagnosi di fondo è difficile da contestare. Sessantasei giorni di campagna hanno prodotto una situazione in cui la parte che avrebbe dovuto cedere ha invece consolidato la presa sull’unica leva che conta.
La frase di Qalibaf viene da chi ha interesse a formulare una valutazione realistica della situazione prima ancora che a fare propaganda. “Non abbiamo ancora iniziato davvero” non allude a riserve militari convenzionali nascoste: segnala che il regime calcola di avere ancora margine di manovra prima che la propria posizione diventi insostenibile, e che giudica quella della controparte come più prossima a quel punto. Può sbagliarsi. Le fonti pakistane suggeriscono che rischi di sopravvalutare la propria posizione negoziale. La struttura del negoziato attuale, però, con Washington che impone come precondizione la questione nucleare e Teheran che la rinvia a una seconda fase, non è la struttura di un attore che si prepara alla resa, ma di uno che si prepara a negoziare da una posizione che considera di relativa forza.
L’impressione complessiva che si trae dall’insieme dei comportamenti osservati è che l’Iran ritenga di poter vincere questa guerra sopravvivendo, e che gli Stati Uniti e Israele stiano cercando di contenere una sconfitta la cui entità non è ancora definita ma la cui direzione è difficile da negare. Project Freedom potrebbe aprire un varco reale, i negoziati pakistani potrebbero produrre una svolta, Trump potrebbe autorizzare una nuova campagna di bombardamenti su Kharg Island, il principale terminal di esportazione petrolifera iraniana. Quello che rimane stabile, al di là degli scenari, è la domanda che questa sequenza impone: a più di due mesi dall’avvio, chi gestisce il ritmo di questa guerra?
Nota metodologica: Questo articolo è prodotto nella giornata del 5 maggio 2026, a conflitto in corso e con cessate il fuoco di incerta tenuta. Le fonti utilizzate includono Reuters, Wall Street Journal, Washington Post, New York Times, Guardian, Council on Foreign Relations, Foreign Affairs e Khmer Times/Anadolu. Le valutazioni dell’intelligence americana sul programma nucleare iraniano sono basate su tre fonti anonime citate da Reuters il 4 maggio. I dati sui prezzi energetici sono aggiornati alla mattina del 5 maggio. I margini di incertezza residui riguardano l’evoluzione operativa nelle prossime ore, lo stato effettivo del cessate il fuoco e i dettagli della proposta iraniana in quattordici punti, il cui contenuto specifico non è stato reso pubblico.
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