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  • 22/08/2026 08:50

In merito alla lettera aperta di Pietro Fazzi sulla vicenda della Manifattura

di ELVIO CECCHINI


Alcune considerazioni In riferimento alla lettera aperta di Pietro Fazzi sulla vicenda della Manifattura, pubblicata ieri su La Nazione, col fine di fornire contributi di riflessione  al dibattito sul futuro della parte Sud.


Il progetto promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e da Coima SGR fu costruito sull’assunto che la stazione appaltante di un intervento complesso come la rigenerazione della Manifattura Sud non potesse essere gestita direttamente dall’Ufficio Tecnico comunale. Si valutò pertanto l’opportunità di affidare a una società  dí sviluppo immobiliare di chiara fama e di comprovata esperienza operativa l’ideazione e la conduzione del progetto.

Sotto questo profilo, la scelta rappresentava certamente un «elemento di positiva discontinuità» rispetto alle modalità tradizionali di gestione di un intervento di tale complessità. 

Non ritengo tuttavia che siano stati gli «attacchi fortemente politicizzati» a determinarne la caduta, né che si possa parlare semplicemente di un «prudente abbandono» da parte degli stessi promotori.

Il fattore determinante, a mio avviso, fu piuttosto la progressiva evidenza di caratteristiche dell’operazione difficilmente conciliabili con l’interesse pubblico. La sua realizzazione comportava infatti la vendita frazionata e lo smembramento della parte Sud del complesso, oltre alla discutibile operazione relativa ai parcheggi pubblici. Fu proprio questo elemento a determinare la valutazione negativa dell’advisor interpellato, che evidenziò la carenza di interesse pubblico dell’operazione proposta da Fondazione CRL e Coima, contribuendo di fatto al suo abbandono.

A ciò aggiungerei un ulteriore elemento di riflessione. Non mi pare che fosse stata valutata compiutamente, almeno sulla base della documentazione che ho potuto esaminare, la possibilità che la Soprintendenza potesse non condividere un intervento che, attraverso lo smembramento e il frazionamento in autonome unità immobiliari, avrebbe potuto alterare in modo definitivo l’unitarietà architettonica del complesso monumentale. Questo lascia aperto un interrogativo sulla concreta possibilità di realizzare l’operazione secondo le modalità con cui era stata concepita.


La proposta formulata da Polimea, pur non essendo sostenuta finanziariamente da un unico soggetto istituzionale, presenta invece, sotto il profilo dell’interesse pubblico e della concezione unitaria dell’intervento, maggiori affinità con l’impostazione del progetto PIUSS, anziché con quella della successiva proposta Fondazione CRL/Coima.

Polimea persegue infatti l’obiettivo di realizzare un polo di formazione e produzione musicale nel quale possano integrarsi sinergicamente associazioni e istituzioni musicali del territorio, mantenendo l’unitarietà architettonica del complesso e costruendo al suo interno un mix di funzioni capace di attrarre sia un’utenza territoriale sia presenze nazionali e internazionali.

Per questo motivo non definirei la proposta semplicemente come uno dei «progetti improvvisati e nati da negoziati con i soggetti più diversi». Dalla documentazione che ho potuto esaminare emerge piuttosto un’impostazione riconducibile a un’ipotesi di partenariato speciale pubblico-privato (PSPP), coerente con una necessità che appare sempre più evidente: la Pubblica Amministrazione deve essere in grado di coinvolgere e supportare il privato non soltanto nella fase autorizzativa, ma anche nella progettazione e nella gestione degli interventi complessi, valorizzandone le maggiori capacità organizzative, la flessibilità e la propensione all’investimento.

Il PSPP, peraltro, è un istituto giuridico relativamente recente e sul quale è necessario maturare una maggiore conoscenza delle procedure e delle casistiche applicative. Una fase di sperimentazione appare quindi fisiologica, soprattutto per superare diffidenze e pregiudizi e consentire che questo strumento possa essere utilizzato con maggiore consapevolezza anche in Toscana, dove è ancora  praticamente sconosciuto.


La cittadella  amministrativa.

L’ipotesi di concentrare nella Manifattura gli uffici dell’Amministrazione comunale e delle società controllate, già prospettata in passato, merita a mio avviso una valutazione approfondita. 

L’attuale dispersione degli uffici comunali in molteplici sedi comporta certamente rilevanti diseconomie organizzative e finanziarie, mentre una loro concentrazione nella Manifattura Sud consentirebbe di mantenere l’unitarietà del complesso e, al tempo stesso, di attribuirgli una funzione pubblica certamente attesa e coerente con la sua natura.

Prima di assumere questa scelta, tuttavia, sarebbe necessario affrontare alcuni aspetti decisivi.

Innanzitutto, la realizzazione di una vera e propria cittadella amministrativa richiederebbe un percorso progettuale, finanziario e realizzativo che potrebbe non essere compatibile con le risorse tecniche e con i tempi ordinari della Pubblica Amministrazione. In assenza di finanziamenti adeguati e contestualmente disponibili per attuare l’intera operazione, il rischio concreto sarebbe quello di dilatare i tempi di realizzazione sine die.

Analogamente, i tempi necessari per l’alienazione dei palazzi e degli edifici pubblici che oggi ospitano le funzioni amministrative, non necessariamente coinciderebbero con quelli necessari alla realizzazione della nuova sede. Le alienazioni potrebbero certamente liberare risorse economiche molto consistenti, ma sarebbe indispensabile costruire preventivamente una seria programmazione finanziaria e gestionale, capace di governare il rapporto tra entrate derivanti dalle dismissioni e investimenti necessari per la nuova sede.

Un secondo aspetto riguarda la progettazione funzionale. Aggregare e organizzare in modo efficiente gli uffici pubblici richiederebbe uno studio preliminare molto approfondito delle aree funzionali, degli spazi necessari e delle interrelazioni tra le diverse strutture operative. Non sarebbe sufficiente basarsi sulle esigenze percepite dagli attuali utilizzatori degli spazi: occorrerebbe considerare l’evoluzione delle modalità di lavoro e, soprattutto, la progressiva digitalizzazione delle procedure amministrative.

Sempre più pratiche vengono infatti gestite attraverso piattaforme elettroniche che coinvolgono direttamente cittadini e professionisti, riducendo la necessità di accesso fisico agli uffici e, parallelamente, quella di grandi spazi destinati agli archivi cartacei. La progettazione di una nuova sede dovrebbe quindi essere costruita non sulla fotografia dell’Amministrazione attuale, ma sulla previsione delle sue esigenze future.


Infine, vi è un tema urbano e architettonico che non può essere sottovalutato.


Una cittadella con una funzione esclusivamente amministrativa rischierebbe di vivere secondo orari strettamente connessi alle attività diurne degli uffici. Nelle ore serali e notturne, l’assenza di altre funzioni potrebbe determinare una progressiva rarefazione della presenza urbana e trasformare cortili e spazi comuni in luoghi potenzialmente esposti al degrado.


Per questo motivo, anche qualora si decidesse di destinare una parte significativa della Manifattura alle funzioni amministrative, sarebbe opportuno mantenere all’interno del complesso un mix funzionale capace di garantirne la vitalità durante l’intero arco della giornata.


È proprio questa, a mio avviso, la differenza fondamentale tra una semplice operazione immobiliare e un autentico progetto di rigenerazione urbana.


La Manifattura non dovrebbe essere considerata soltanto come un patrimonio da valorizzare economicamente, né come un contenitore nel quale collocare, di volta in volta, funzioni diverse. È un complesso monumentale unitario, inserito nel cuore della città, e la sua rigenerazione dovrebbe restituirgli una nuova centralità urbana attraverso una pluralità di funzioni, pubbliche e private, capaci di convivere e alimentarsi reciprocamente.


Il vero obiettivo non dovrebbe quindi essere semplicemente quello di trovare una destinazione alla Manifattura Sud, ma quello di costruire le condizioni perché possa tornare a essere una parte viva della città.

Elvio Cecchini

I commenti

Per chi non ha lecitamente capito..
Io capisco perfettamente la domanda, perché è una domanda legittima: dopo anni di discussioni sulla Manifattura, è normale chiedersi chi abbia avuto concretamente la responsabilità delle decisioni e perché, nonostante il tempo trascorso, non si sia ancora arrivati a una soluzione definitiva.

Però proprio per questo credo sia necessario evitare di trasformare una questione amministrativa complessa nella semplice domanda «chi era al potere?». Perché la risposta, da sola, non risolve assolutamente nulla. Stabilire chi abbia governato in un determinato periodo è importante per attribuire responsabilità politiche, ma non è sufficiente per capire perché un progetto sia arrivato a un certo punto, perché sia stato modificato, quali siano stati gli ostacoli e, soprattutto, quali condizioni siano oggi necessarie per arrivare finalmente a una soluzione concreta.

Se una precedente amministrazione ha sbagliato, ha sottovalutato qualcosa, ha scelto una strada rivelatasi impraticabile oppure non è riuscita a portare a termine un progetto, è giusto dirlo chiaramente. Ma allo stesso modo bisogna avere il coraggio di valutare con lo stesso metro anche chi amministra oggi e chi amministrerà domani. La Manifattura non dovrebbe diventare una specie di partita di calcio nella quale ogni amministrazione cerca di attribuire all'altra la responsabilità del risultato.

Il problema è che la Manifattura non è un normale edificio che si può semplicemente vendere, ristrutturare o destinare a uffici da un giorno all'altro. Parliamo di un complesso di enorme valore storico e urbanistico, con dimensioni importanti, vincoli, costi di recupero e gestione che non possono essere ignorati. Qualunque destinazione venga scelta comporterà inevitabilmente conseguenze economiche e urbanistiche per la città.

Per questo nel mio intervento non ho cercato di stabilire chi abbia avuto ragione politicamente negli ultimi anni. Ho cercato di porre una questione diversa: adesso che siamo arrivati a questo punto, quali sono i numeri reali e quale soluzione è concretamente realizzabile?

Perché possiamo continuare per altri dieci anni a discutere di chi abbia avuto la colpa, oppure possiamo finalmente mettere sul tavolo i progetti, i costi, le fonti di finanziamento, i tempi, le responsabilità, i vincoli e le garanzie per il Comune e per i cittadini.

E attenzione: dire questo non significa assolvere chi ha amministrato in passato. Anzi, significa proprio chiedere maggiore responsabilità alla politica. Chi ha avuto responsabilità di governo deve spiegare cosa è stato fatto, cosa non ha funzionato e perché. Chi governa oggi deve spiegare quale sia la propria proposta e su quali basi economiche intenda realizzarla. E chi governerà domani dovrà essere giudicato sulla capacità di portarla avanti, modificarla se necessario o proporre qualcosa di migliore.

Il punto, secondo me, è proprio questo: la Manifattura non può essere utilizzata come argomento politico soltanto quando serve per accusare l'amministrazione precedente o per rivendicare i meriti di quella attuale.

Se dopo anni siamo ancora qui a discuterne, evidentemente qualcosa nel percorso non ha funzionato. E sarebbe interessante conoscere fino in fondo le ragioni, senza fare sconti a nessuno.

Ma una volta chiarito questo, bisogna andare oltre.

Perché anche individuando il responsabile politico di ogni errore del passato, la Manifattura rimane lì. I problemi tecnici rimangono. I costi rimangono. I vincoli rimangono. E soprattutto rimane la necessità di decidere cosa farne.

Io non credo che Lucca abbia bisogno di un'altra guerra politica sulla Manifattura. Ha bisogno di sapere quale sarà il suo futuro.

Se la soluzione è la cittadella amministrativa, si spieghi con numeri alla mano perché sia conveniente, quanto costerà, quali immobili verrebbero eventualmente venduti, quali uffici verrebbero trasferiti, quali risparmi produrrebbe e in quanto tempo l'investimento potrebbe essere recuperato.

Se invece si ritiene che quella soluzione non sia adeguata, si dica quale alternativa concreta viene proposta, quanto costa, come viene finanziata e quali benefici produrrebbe.

Questo è il punto.

Perché «chi c'era prima?» è una domanda legittima, ma non può diventare la risposta a tutto. E soprattutto non può diventare un alibi per non parlare del futuro.

Se qualcuno ha sbagliato, lo si dimostri e se ne assumano le responsabilità. Se qualcuno ha fatto bene, lo si riconosca. Ma alla fine la domanda che interessa davvero ai cittadini è un'altra: dopo tutti questi anni, siamo finalmente in grado di indicare una soluzione seria, finanziariamente sostenibile e realizzabile, oppure continueremo semplicemente a discutere di chi ha cominciato a sbagliare per primo?

Perché la Manifattura non appartiene a una maggioranza, a un'opposizione o a una singola amministrazione. Appartiene alla città. E proprio per questo, a mio avviso, dovrebbe essere affrontata con meno propaganda e più documenti, meno appartenenze e più numeri, meno accuse reciproche e più responsabilità.

Alla fine, il vero giudizio sulla politica non lo daranno le dichiarazioni sui giornali o sui social. Lo darà ciò che riuscirà concretamente a fare con quella struttura.

Ezio - 24/08/2026 10:04

Tante belle parole, ma non ho capito chi è stato fino ad ora al potere e stava individuando la soluzione per la manifattura....mi potete scrivere i nomi?

Boh - 24/08/2026 09:20

Ho letto con attenzione le considerazioni di Elvio Cecchini e credo che il punto centrale della discussione sulla Manifattura sia proprio quello di evitare di ridurre una questione così complessa a una contrapposizione tra chi è favorevole e chi è contrario a un determinato progetto. La Manifattura Sud non è semplicemente un immobile inutilizzato, né può essere considerata esclusivamente come un patrimonio da mettere a reddito. È una porzione importante della storia urbana di Lucca e, proprio per questo, ogni ipotesi di trasformazione dovrebbe essere valutata non soltanto in termini economici, ma anche sotto il profilo urbanistico, architettonico, culturale e soprattutto dell'interesse pubblico.

Condivido quindi l'esigenza di ricostruire il percorso con maggiore obiettività, distinguendo i fatti dalle interpretazioni politiche che inevitabilmente hanno accompagnato questa vicenda. Dire che un progetto sia fallito esclusivamente a causa delle polemiche o degli attacchi politici rischia infatti di essere una semplificazione. Allo stesso modo, però, sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che una determinata soluzione sia automaticamente migliore soltanto perché mantiene l'unitarietà del complesso o perché viene presentata attraverso uno strumento di partenariato pubblico-privato. Anche le proposte più interessanti devono essere sottoposte a una verifica concreta: sostenibilità economica, tempi, responsabilità, garanzie per l'amministrazione, compatibilità con i vincoli e capacità effettiva di produrre un beneficio duraturo per la città.

Il tema della possibile cittadella amministrativa merita poi un ragionamento ancora più approfondito. In linea teorica concentrare uffici oggi distribuiti in numerose sedi potrebbe produrre risparmi, maggiore efficienza organizzativa e una migliore relazione tra i diversi servizi comunali. Ma sarebbe un errore pensare che basti spostare gli uffici dentro la Manifattura per ottenere automaticamente una razionalizzazione. Servirebbe un vero progetto organizzativo prima ancora che edilizio, capace di stabilire quali servizi debbano essere presenti, quali spazi siano realmente necessari, quali attività possano essere completamente digitalizzate e quale rapporto debba essere mantenuto con cittadini e professionisti.

C'è inoltre una questione finanziaria che non può essere aggirata. Vendere immobili pubblici per finanziare la trasformazione della Manifattura può sembrare, sulla carta, una soluzione ragionevole, ma tra una previsione contabile e la concreta disponibilità delle risorse esiste una differenza enorme. Occorrerebbe conoscere con precisione i costi complessivi dell'intervento, comprese le opere di adeguamento, gli eventuali interventi strutturali, gli impianti, la sicurezza, l'accessibilità, la manutenzione futura e tutti quegli oneri che spesso vengono sottovalutati quando si presenta un progetto nella sua fase iniziale.

Ed è proprio qui che secondo me si trova il vero nodo della questione. Lucca non ha bisogno dell'ennesimo progetto destinato a rimanere per anni nei documenti, nelle conferenze e nelle discussioni politiche. Ha bisogno di una scelta seria, verificabile e finanziariamente sostenibile, accompagnata da un cronoprogramma credibile e da responsabilità altrettanto chiare. La Manifattura non può continuare a essere soltanto il luogo nel quale si accumulano ipotesi progettuali che cambiano nel corso degli anni.

Al tempo stesso, condivido pienamente l'idea che una eventuale funzione amministrativa non debba trasformare la Manifattura in un'enorme zona di uffici completamente deserta al termine della giornata lavorativa. Una vera rigenerazione urbana dovrebbe produrre presenza, movimento e attività anche nelle ore serali e nei giorni festivi. Cultura, formazione, musica, servizi, attività compatibili e spazi aperti alla cittadinanza possono contribuire a evitare che un intervento apparentemente funzionale si trasformi, una volta chiusi gli uffici, in un'altra area urbana priva di vita.

La questione, dunque, non dovrebbe essere posta nei termini semplicistici di "uffici sì" oppure "uffici no", così come non dovrebbe essere trasformata in una gara tra progetti e protagonisti. La domanda corretta è un'altra: quale combinazione di funzioni può restituire realmente la Manifattura alla città, mantenendone l'identità, garantendo la sostenibilità economica dell'intervento e assicurando nel tempo un interesse pubblico concreto?

Su questo sarebbe utile pretendere il massimo della trasparenza. Documenti, studi di fattibilità, valutazioni economiche, vincoli, ipotesi progettuali, costi di gestione e possibili fonti di finanziamento dovrebbero essere messi nelle condizioni di essere conosciuti e discussi pubblicamente. Perché quando si parla di un patrimonio di questa importanza, la città non dovrebbe essere chiamata semplicemente ad assistere alla scelta finale, ma dovrebbe poter comprendere il percorso che porta a quella scelta.

Personalmente credo che la Manifattura abbia bisogno meno di slogan e più di competenza, meno di contrapposizioni e più di numeri, meno di annunci e più di responsabilità. Una buona amministrazione non dovrebbe avere paura di coinvolgere soggetti privati, così come non dovrebbe rinunciare al controllo pubblico quando sono in gioco beni e interessi collettivi. Il punto di equilibrio è proprio questo: utilizzare competenze e capitali privati quando possono essere utili, mantenendo però una regia pubblica forte, trasparente e capace di tutelare l'interesse generale.

La vera sfida sarà quindi riuscire a trasformare una discussione che dura da anni in una decisione concreta e soprattutto realizzabile. La Manifattura merita di tornare a vivere, ma non a qualunque condizione e non con qualunque destinazione. Serve un progetto capace di guardare ai prossimi decenni, non soltanto alla prossima amministrazione o alla prossima scadenza politica. Se si riuscirà a fare questo, allora la rigenerazione della Manifattura potrà diventare davvero un'occasione per Lucca. In caso contrario, il rischio è semplicemente quello di continuare a discutere del contenitore senza riuscire mai a costruire il futuro che dovrebbe contenere.

N.B.
Scusate la lunghezza del testo ho provveduto pure ad accorciarlo , usando un programma del pc , avrei da dire molto di più ma sara' per un altra discussione

Dante 62 - 23/08/2026 15:14

Forse sarebbe bastato un più prosaico “chiedo scusa a Lucca e ai miei concittadini anche a nome dell’amministrazione: in quattro anni abbiamo sbagliato praticamente tutto”.

Anonimo - 23/08/2026 13:52

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