PIANETA TERRA FESTIVAL 2026: FORME DI INTELLIGENZA
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“I figli della scimmia”: il cinema rompe il silenzio sulla fragilità delle famiglie e richiama la responsabilità della comunità
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani accoglie con viva attenzione e plauso la presentazione, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, del film I figli della scimmia, opera prima di Tommaso Landucci, giovane regista lucchese, premiato nella sezione Orizzonti per la migliore sceneggiatura, firmata dallo stesso Landucci insieme a Damiano Femfert, e per la migliore interpretazione maschile, assegnata a Riccardo Scamarcio.
La Settima Arte dimostra ancora una volta di non essere soltanto intrattenimento o espressione estetica, ma anche un imprescindibile presidio pedagogico e civile, capace di indagare le pieghe più complesse della natura umana e di sollecitare un profondo dibattito etico.
Il titolo stesso dell’opera, come ha sottolineato il regista, richiama la celebre favola di Esopo in cui una madre scimmia, prediligendo in modo soffocante uno dei suoi piccoli, finisce per schiacciarlo, mentre l’altro cresce e sopravvive nell’ombra.
Nel film, questa metafora si incarna nella storia di Dario, interpretato magistralmente da Riccardo Scamarcio, un padre che dedica ogni energia all’assistenza quotidiana del figlio con disabilità.
La sua dedizione, apparentemente ineccepibile, viene tuttavia messa in crisi dall’incontro con il nipote adolescente, con il quale scopre di condividere passioni ed energie e nel quale finisce per proiettare l’immagine del “figlio ideale” mai avuto. Questo cortocircuito emotivo porta alla luce la sofferenza, la stanchezza e i desideri inespressi di un genitore, mostrando quanto il confine tra amore incondizionato, senso del dovere e bisogno di evasione possa farsi drammaticamente sottile.
Dal punto di vista della tutela dei diritti umani e dell’educazione alla cittadinanza, la pellicola mette in discussione l’iconografia tradizionale della disabilità. Troppo spesso, infatti, la narrazione sociale oscilla tra due estremi: da un lato, l’atteggiamento pietistico e assistenzialistico; dall’altro, la retorica del genitore “eroe”, chiamato a essere forte, instancabile e infallibile.
Il film restituisce invece al genitore una piena e, al tempo stesso, dolente dimensione umana, riconoscendone il diritto alla fragilità, alla stanchezza e persino al conflitto interiore.
La cura della persona con disabilità non può e non deve trasformarsi in un carico affidato interamente al singolo nucleo familiare. Quando i genitori vengono lasciati soli ad affrontare la complessità della quotidianità, l’isolamento rischia di soffocare le relazioni, acuire la fatica e generare profonde fratture emotive.
Come docenti, richiamiamo con forza i principi sanciti dall’articolo 23 della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ribadendo che il sostegno integrato alle famiglie non rappresenta una concessione né un atto caritatevole, ma un preciso dovere delle istituzioni e della comunità.
La rete costituita dalle istituzioni, dai servizi territoriali e dalla scuola deve agire come un’autentica infrastruttura sociale, capace di sottrarre le famiglie all’isolamento, garantendo a ogni figlio il diritto a una crescita serena e a ogni genitore il diritto di non essere travolto dal proprio ruolo.
Per queste ragioni, il CNDDU ritiene fondamentale che un’opera dall’alto valore sociale come I figli della scimmia superi i confini delle sale cinematografiche e dei festival per entrare negli spazi educativi e diventare occasione di confronto, riflessione e crescita.
Portare questo dibattito nelle aule scolastiche significa offrire ai giovani strumenti per comprendere, con realismo ed empatia, le dinamiche relazionali che possono svilupparsi intorno alle persone con disabilità e alle loro famiglie, contribuendo alla costruzione di una cultura autenticamente inclusiva e solidale.
L’inclusione, infatti, non è un concetto astratto né può esaurirsi in una dichiarazione di principio: è un impegno concreto e una pratica quotidiana. Solo una comunità capace di condividere la responsabilità della cura può contrastare l’isolamento delle famiglie e garantire a ciascuna persona il diritto alla dignità, al sostegno e a una vita pienamente partecipe della comunità.
prof.ssa Rossella Manco
Segreteria Nazionale CNDDU
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