Dal maire napoleonico al sindaco di oggi
Dal maire napoleonico al sindaco di oggi: due figure con lo stesso nome ma mondi diversi....
Ai tempi di Elisa Bonaparte, la parola che oggi traduciamo con “sindaco” indicava in realtà una figura molto diversa da quella attuale. Il maire dell’epoca napoleonica non nasceva dal voto dei cittadini, ma da una nomina dall’alto. Era un funzionario dello Stato, scelto per affidabilità politica, prestigio sociale e capacità amministrativa, non per consenso popolare.
Il maire rispondeva direttamente al potere centrale. A Lucca, per esempio, Ascanio Mansi agiva come braccio operativo del governo di Elisa Bonaparte. Doveva applicare le leggi, farle rispettare e garantire che la città funzionasse secondo i criteri francesi: ordine, controllo, efficienza. Il margine di autonomia era limitato e la priorità non era “rappresentare” i cittadini, ma governarli.
Il sindaco di oggi, invece, nasce da un’idea opposta. È eletto direttamente dai cittadini, risponde a loro prima che allo Stato e può essere mandato a casa alle elezioni successive. Non è un funzionario nominato, ma un rappresentante politico. Questo cambia tutto: il suo potere deriva dal consenso e il suo ruolo è mediato dal confronto con il consiglio comunale, l’opposizione, i corpi intermedi e, nel bene e nel male, dall’opinione pubblica.
Anche le responsabilità sono cambiate. Il maire napoleonico aveva un’autorità più verticale: polizia urbana, amministrazione, controllo della vita civile. Decideva ed eseguiva. Il sindaco moderno, invece, vive in un sistema frammentato: competenze condivise, vincoli di bilancio, leggi nazionali e regionali, controlli continui. Ha più visibilità, ma spesso meno potere reale.
In sintesi, il maire di allora era un ingranaggio di uno Stato forte e centralizzato; il sindaco di oggi è il punto di equilibrio, spesso instabile, tra cittadini, istituzioni e burocrazia. Stesso titolo, stessa città, ma due ruoli quasi opposti: uno governava in nome del potere, l’altro governa in nome del voto. E a volte rimpiangono entrambi di non essere l’altro.