La Prevenzione non è un fastidio
In molte città, nei comuni e perfino nei quartieri, si percepisce una strana rassegnazione. Tutti sanno che c’è un problema, tutti hanno visto il segnale debole, tutti hanno ascoltato l’avvertimento, ma nessuno si muove. Si attende. Si aspetta che accada “qualcosa di grande”, qualcosa di irreversibile. La piccola crepa nel muro non convince nessuno; lo convincono solo le macerie. È così nelle infrastrutture, nella sanità, nella sicurezza urbana, nell’ambiente. Prima si nega, poi si minimizza, infine si assiste. Dopo lo shock, improvvisamente, tutto diventa urgente: le conferenze stampa, le inchieste, le relazioni tecniche, le audizioni. È la liturgia della reazione. Ma a quel punto qualcuno ha già pagato il prezzo più alto. Non è un tratto solo italiano, in Svizzera la macchina pubblica si è mossa dopo il disastro. Da noi la sequenza è più lenta e più rumorosa: cordoglio, rimbalzo di competenze, commissioni, responsabilità diffuse (vedi crollo ponte Morandi) . E intanto la città riprende a vivere come se niente fosse.A colpire è il fatto che la soglia si sia alzata. Non basta il morto, a volte ne servono molti, meglio se giovani. Non basta l’incidente, serve la tragedia. Non basta il rischio in potenza, serve il danno in atto. Una società che reagisce solo all’irreparabile è una società che rinuncia alla sua forma più alta di intelligenza: LA PREVENZIONE. Il segnale debole non è un fastidio. È un dono. Lo capiamo sempre troppo tardi.