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  • 21/01/2026 12:25

Marianne Bachmeier, il giorno in cui una madre sparò alla legge

Marianne Bachmeier non era un’attivista, non era una fanatica, non cercava fama. Era una madre tedesca qualunque, con una vita fragile e complicata, che il 6 marzo 1981 entrò in un’aula di tribunale a Lubecca e cambiò per sempre il modo in cui l’Europa parlò di giustizia, dolore e vendetta. Sua figlia Anna, sette anni, era stata rapita pochi mesi prima, violentata e uccisa da Klaus Grabowski, un uomo con precedenti per reati sessuali che, per una serie di falle del sistema, era tornato libero. Durante il processo, mentre l’imputato sedeva davanti ai giudici, Marianne si alzò dal banco del pubblico, estrasse una pistola calibro 22 nascosta nella borsa e sparò più colpi, uccidendolo sul posto. L’aula piombò nel caos. Lei rimase lì, immobile. Il gesto fu immediato, brutale, definitivo. Non un piano militare, non un’azione simbolica, ma l’esplosione di un dolore che non trovava più parole. Arrestata subito, Marianne dichiarò di non aver sopportato l’idea di vedere l’uomo che aveva distrutto sua figlia ancora vivo, ancora protetto dalle regole. Il processo a suo carico fu seguito come un evento nazionale. La Germania si spaccò in due. Da una parte chi vedeva un omicidio senza attenuanti, dall’altra chi faticava a non immedesimarsi in quella madre che aveva perso tutto. I giudici riconobbero la sua responsabilità penale, ma anche lo stato di profonda prostrazione psicologica. La condanna iniziale fu pesante, poi ridotta: alla fine scontò circa tre anni di carcere. Uscita di prigione, Marianne Bachmeier sparì quasi del tutto dalla scena pubblica. Lasciò la Germania, visse per periodi in Africa e in Italia, soprattutto in Sicilia, cercando una vita silenziosa, lontana dai tribunali e dai titoli dei giornali. Non cercò mai di trasformare la sua storia in un manifesto. Non chiese di essere capita. Chiese solo di essere lasciata in pace. Morì nel 1996 per un tumore, a 46 anni. Con lei se ne andò una delle figure più scomode della cronaca europea contemporanea. Perché la sua storia non offre risposte facili. Non assolve, non condanna del tutto. Costringe a guardare una verità che mette a disagio: quando la giustizia arriva tardi, o male, il dolore umano può diventare più forte della legge. E davanti a questo, nessun tribunale riesce davvero a emettere una sentenza definitiva. Storia e Controstoria

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