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  • 25/01/2026 01:24

linguaggio degli opposti estremismi negli anni di Piombo

Breve, ripetibile, scandito in coro, lo slogan non è una semplice frase ma un atto collettivo che costruisce identità, individua un nemico e normalizza un certo grado di violenza. Lo studio mette a confronto slogan riconducibili alla sinistra radicale extraparlamentare e all’estrema destra neofascista, osservandone temi, lessico e funzione comunicativa. La piazza è il contesto decisivo. Qui la parola non serve a spiegare ma a mobilitare. Non persuade, ma trascina. In questo senso lo slogan è una lingua dell’azione: deve essere semplice, sonora, memorabile. È una lingua pensata per essere gridata, non discussa. La sua forza non sta nella complessità, ma nella capacità di essere condivisa istantaneamente da centinaia di voci. Nel panorama della sinistra radicale extraparlamentare emerge con chiarezza una sloganistica fortemente incentrata sull’identificazione e sulla demonizzazione dell’avversario politico. Il termine “fascista” è centrale e ricorrente, usato non come categoria storica o politica, ma come marchio totale del nemico. Molti slogan non si limitano alla condanna, ma arrivano a legittimare esplicitamente la violenza fisica come atto giusto o necessario. In questo repertorio ricorrono formule che evocano vendetta, punizione e morte, spesso presentate come continuità simbolica con la Resistenza. Esempi di slogan attribuiti a quest’area mostrano con chiarezza questi meccanismi: “Uccidere un fascista non è reato” “La Resistenza ce l’ha insegnato” “Pagherete caro, pagherete tutto” “Fascisti carogne tornate nelle fogne” “Il nostro regalo di Natale, tutti i fasci all’ospedale” In queste frasi il nemico non è mai interlocutore, ma bersaglio. Il linguaggio costruisce una giustificazione morale preventiva: l’atto violento viene sottratto alla sfera del crimine e ricollocato in quella della giustizia storica. Il richiamo alla Resistenza svolge qui una funzione chiave: non come memoria complessa, ma come mito semplificato che autorizza l’odio presente. Un altro elemento centrale è il martirologio. Alcuni slogan richiamano nomi di militanti uccisi o episodi violenti, trasformandoli in simboli da vendicare. La memoria diventa carburante emotivo e lo slogan si fa promessa collettiva. Non si tratta solo di ricordare, ma di impegnarsi pubblicamente a proseguire lo scontro. In questo modo la parola prepara e normalizza il passaggio all’azione. Dal punto di vista linguistico, questi slogan sono caratterizzati da una forte semplicità sintattica, dall’uso di verbi d’azione e da immagini crude. La rima è frequente e funzionale: rende la frase più facile da memorizzare e più potente quando viene gridata in coro. La semplicità non è povertà espressiva, ma scelta strategica. Il messaggio deve essere immediato, non ambiguo, e deve colpire prima ancora di essere capito razionalmente. Passando alla sloganistica neofascista, il numero di slogan censiti appare più limitato, ma il materiale è comunque significativo. Qui emerge una forte dinamica di risposta: molte formule sembrano costruite come replica diretta agli slogan dell’avversario, riprendendone struttura e ritmo e invertendone il bersaglio. È una sorta di dialogo violento per slogan contrapposti, dove ogni parte risponde all’altra sullo stesso piano sonoro e simbolico. Alcuni esempi chiariscono il registro: “Basta coi bordelli, vogliamo i colonnelli” “Italia come il Cile, la lotta di classe finisce col fucile” “Compagno carogna, ritorna nella fogna” “Contro il sistema la gioventù si scaglia” In questi slogan il bersaglio principale è il comunista, ma accanto all’anticomunismo emerge con forza un’altra tematica: l’auspicio di una svolta autoritaria. L’ordine, la repressione, l’intervento militare vengono evocati come soluzioni al caos attribuito al nemico politico. La violenza immaginata è diversa rispetto a quella della sinistra radicale: meno centrata sull’eliminazione diretta operata dalla folla, più orientata a una violenza “dall’alto”, esercitata da un potere forte e disciplinante. Anche qui la rima e la brevità svolgono un ruolo essenziale. Gli slogan sono pensati per essere gridati, non per essere spiegati. Il loro scopo è rafforzare l’identità del gruppo e mostrare compattezza. L’avversario è ridotto a caricatura, a insulto, a minaccia da schiacciare. Non c’è spazio per la complessità: il linguaggio vive di contrapposizione netta. Il confronto tra i due repertori mostra una struttura comune: entrambi costruiscono un mondo diviso in blocchi, entrambi hanno bisogno di un nemico assoluto, entrambi usano la piazza come luogo di ritualizzazione dell’odio. Cambia però la direzione simbolica della violenza. Nella sinistra radicale domina l’idea di una violenza antifascista di massa, presentata come giustizia storica. Nel neofascismo emerge soprattutto l’aspirazione a un ordine autoritario che ristabilisca il controllo attraverso la forza. Un elemento trasversale è la dimensione generazionale. I protagonisti di questa comunicazione sono in larga parte giovani. Il loro linguaggio riflette il rifiuto dei codici istituzionali, la distanza dall’establishment e il bisogno di distinguersi. Lo slogan diventa così anche una prova di appartenenza: gridarlo significa dimostrare di essere “dentro”, di condividere non solo un’idea ma uno stile, un’identità, un modo di stare al mondo. La piazza funziona come spazio dialogico conflittuale. A uno slogan ne risponde un altro, a una rima si oppone una rima. In questo senso i due estremismi si influenzano a vicenda anche linguisticamente. L’avversario diventa, paradossalmente, una fonte di ispirazione. Il risultato è un’escalation verbale in cui il livello di violenza simbolica tende ad aumentare nel tempo. L’eredità di questo linguaggio non si esaurisce con la fine degli anni di piombo. Molte formule, o almeno il loro stile, riemergono ancora oggi in scritte murali, cori e slogan di frange radicali. Non sempre con lo stesso contesto storico, ma con una logica simile: semplificazione estrema, disumanizzazione dell’avversario, glorificazione dello scontro. Studiare questi slogan non significa legittimarli, ma capire come la violenza possa essere preparata e resa accettabile attraverso le parole. In definitiva, l’analisi del linguaggio di piazza degli anni di piombo mostra come la violenza politica non nasca all’improvviso. Prima diventa dicibile, poi ripetibile, poi condivisa. Lo slogan è il punto in cui la parola smette di essere solo linguaggio e comincia a diventare azione collettiva.

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