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  • 28/01/2026 15:03

Racconti Lucchesi : Il Lallero di Manzucchero

Il Lallero di Manzucchero era una storia che mi raccontava la mia cara zia, ma è un ricordo che ho e sarà forse inventata, ma mi sono cimentato a scriverla... A suo tempo.me la fece scrivere su un quaderno. Lo portai a scuola e mi prendevano in giro, ma avendo ritrovato il testo la pubblico per ricordo. Enzo Il Lallero di Manzucchero Nacque nel 1943, quando a Pontremoli la vita era dura e le persone imparavano presto a stare in piedi anche quando il terreno mancava. Il suo nome vero si è perso presto, perché per tutti fu sempre e solo il Lallero di Manzucchero. Un nome che sembrava una burla, e invece conteneva già il senso di tutta la sua esistenza. Da giovane inventò il suo numero, semplice e geniale come solo le cose spontanee sanno essere. Si nascondeva dentro un cesto della spazzatura, spariva, e poi riappariva con un sacchetto di zucchero in mano e una canzoncina cantata a modo suo. Non chiedeva niente, non spiegava nulla. Offriva una sorpresa. A volte un sorriso, a volte solo un momento di sospensione. Per anni fu parte del paesaggio umano del paese. Poi il tempo passò, la gente cambiò, e anche lui cominciò a non essere più visto. Non odiato, non respinto: ignorato. Che è peggio. Negli ultimi anni della sua vita si spostò a Lucca. Dormiva sulle mura, vicino alla casa del boia, come se anche lui fosse rimasto appeso a un tempo antico che non serviva più a nessuno. Portava ancora con sé lo zucchero, ma non lo guardava quasi più nessuno. I tempi erano diventati veloci, ordinati, impermeabili alle stranezze. Gli assistenti sociali lo notarono, come si notano le cose fuori posto. Lo ricoverarono, poi lo inserirono in una casa per anziani. Un luogo pulito, regolato, silenzioso. Un luogo che non parlava la sua lingua. Dopo pochi mesi si impiccò nel bagno. Quando lo trovarono, nelle tasche aveva una manciata di zucchero. E poi c’è la parte che sta sospesa tra realtà e fantasia, quella che nessuno sa dimostrare ma che tutti raccontano. Si dice che a Gattaiola ci sia una pietra, lungo un sentiero poco battuto, dove qualcuno ha inciso il suo nome dentro un cuore. Non si sa quando, non si sa con certezza chi. C’è chi giura che non sia stato lui. Secondo il racconto, quella incisione sarebbe opera di una donna conosciuta a Lucca, una figura femminile fuori dal comune, ricordata da tutti come la Frusa. Una donna famosa a modo suo, libera, chiacchierata, forse fragile, forse fortissima. Qualcuno dice che tra lei e il Lallero ci fosse stato uno sguardo che bastava, una complicità silenziosa, qualcosa che non aveva bisogno di parole né di promesse. La pietra è lì, dicono. O forse no. Come tutte le cose vere dei paesi, esiste finché qualcuno la racconta. E il cuore inciso, che sia reale o immaginato, sembra l’ultima beffa dolce del Lallero: lasciare un segno che non si può verificare del tutto, come la sua vita. Così resta. Un uomo, uno zucchero in tasca, una canzoncina storta, e una storia che continua a oscillare tra ciò che è stato davvero e ciò che avrebbe potuto essere. E forse va bene così. Perché certe vite non chiedono di essere spiegate, solo ricordate.

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