Mario perché nessuno vede ?
Ci sono tante situazioni d ...

È successo a Lucca, durante i giorni delle festività natalizie, quando una cittadina si è trovata a gestire una situazione sanitaria delicata senza riuscire a ottenere l’aiuto previsto. Con ambulatori e medici di base chiusi, la donna ha cercato di contattare la continuità assistenziale, ma dopo numerosi tentativi andati a vuoto si è resa conto che dall’altra parte non rispondeva nessuno.
Le chiamate si sono accumulate una dopo l’altra, mentre la preoccupazione cresceva. Non si trattava di un’emergenza estrema, ma nemmeno di qualcosa che potesse aspettare giorni. Alla fine, a Lucca come in tante altre realtà simili, l’unica strada rimasta è stata quella di chiamare il 112, scelta fatta più per necessità che per convinzione.
L’episodio mette in evidenza una fragilità che emerge puntualmente nei periodi festivi: servizi che dovrebbero garantire continuità e presenza, ma che nella pratica risultano difficili da raggiungere. A pagarne il prezzo sono soprattutto anziani e persone fragili, che si ritrovano soli proprio quando avrebbero più bisogno di assistenza.
A Lucca, come altrove, resta la sensazione amara di un sistema che sulla carta c’è, ma nei momenti critici sembra allontanarsi. E così il Natale, anziché essere tempo di serenità, diventa per qualcuno una corsa contro il tempo, con il telefono in mano e la speranza che, prima o poi, qualcuno risponda.
https://www.iltirreno.it/lucca/2025/12/29/news/lucca-nuova-aggressione-contro-un-operatrice-di-psichiatria-1.100810560
LUCCA. Lucca È successo di nuovo in un contesto, quello ospedaliero di psichiatria, in cui gli operatori sono bersagli delle violenze dei pazienti. Il 22enne di origini asiatiche ha aggredito un’altra operatrice dopo i precedenti episodi di fine novembre. La donna è stata costretta a farsi medicare al pronto soccorso dopo l’aggressione a suon di pugni del giovane che resta libero all’interno del reparto. E che mantiene un comportamento violento e minaccioso mettendo costantemente a rischio la sicurezza di chi lavora per assistere e curare.
Pietro Casciani, segretario Uil Fpl, esprime la propria piena solidarietà e vicinanza all'operatrice sanitaria aggredita prima di Natale. «Quanto accaduto non rappresenta un evento imprevedibile né isolato – aggiunge il sindacalista - ma l’ulteriore conferma di una situazione critica da tempo nota e più volte segnalata. Parliamo di un paziente già conosciuto per comportamenti aggressivi, ricoverato da tempo e in attesa di trasferimento, che in passato ci risulterebbe abbia già causato conseguenze fisiche ad altri operatori, con lunghi periodi di assenza dal lavoro. È inaccettabile che, nonostante le segnalazioni ripetute e la gravità degli episodi pregressi, permanga una condizione di rischio costante per medici, infermieri e operatori socio-sanitari, lasciando il personale esposto a nuove aggressioni mentre svolge il proprio lavoro di cura e assistenza». Uil Fpl denuncia «con forza che la sicurezza nei reparti più delicati non può essere demandata alla sola professionalità degli operatori, né può essere affrontata con misure tampone o interventi tardivi. Servono decisioni chiare e immediate». Per il sindacato è necessaria una valutazione tempestiva delle situazioni a rischio elevato; l’attivazione di percorsi rapidi di trasferimento per pazienti con comportamenti violenti reiterati; il rafforzamento delle misure di sicurezza e del personale nei reparti più esposti; il pieno coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. «La crescente preoccupazione tra gli operatori si accompagna anche al malcontento dei cittadini, che hanno diritto a strutture sanitarie sicure, capaci di tutelare sia chi lavora sia chi è in cura – conclude Casciani -. Uil Fpl Lucca continuerà a vigilare e a farsi portavoce delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità, perché la violenza non può e non deve diventare parte della normalità lavorativa».
Il Tirreno 29 dicembre 2025 - Livorno, morta suicida in psichiatria. Il sindacato dei medici: «Reparto sovraffollato e carenza di sanitari» - Parla il segretario regionale di Anaao Assomed dopo il dramma della donna di 41 anni: «Quanto accaduto non è una fatalità» (...)
E io starei lì a fare il capro responsabile paraderetano dei RESPONSABILI IRRESPONSABILI innominabili, con nomi e cognomi, sì sì sì, certamente, ma ne denti!
Preferisco eseer povero.
Ciao ugo e buon anno!
Motivi della fugadall'Italia?...
Il Tirreno 29 dicembre 2025 - Lucca, nuova aggressione contro un’operatrice di psichiatria - La Uil: “Inaccettabile una situazione di pericolo nonostante le ripetute segnalazioni”. Un paziente da mesi crea problemi nel reparto (...)
...basta che nn sia a Lei che gli levin il rene bono...
Eh?!
Tutto torna nel Paese di levantinismo endemico.
Normale qualcosa non vada mai sempre bene é normale ma migliaia sono soddisfatti
Doctor - 28/12/2025 22:01
Lucca, gli tolgono il rene sano al posto del malato: “Ora non ho più soldi per curarmi”
A Guido Dal Porto, 57 anni, durante l’intervento chirurgico al quale è stato sottoposto all’ospedale San Luca di Lucca 17 mesi fa, gli è stato asportato il rene sbagliato. Ora denuncia: “Non ho visto un euro, sto finendo i soldi per pagarmi le visite e mi sento anche preso in giro”.
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A cura di Susanna Picone
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Sono trascorsi diciassette mesi da un clamoroso caso di malasanità che lo ha visto suo malgrado protagonista ma lui, l’imprenditore lucchese di 57 anni Guido Dal Porto, denuncia di non aver avuto alcun sostegno da parte dell’Asl. Di non aver ottenuto nessuna forma di risarcimento, né morale né economica dopo che, all’ospedale San Luca di Lucca, gli hanno tolto il rene sano al posto di quello malato, colpito da tumore. E di trovarsi per questo in difficoltà. A raccogliere la denuncia di Dal Porto sono i quotidiani locali: “Sono passati diciassette mesi da quel maledetto giorno in cui in ospedale a Lucca mi hanno tolto per errore il rene sano, lasciandomi quello colpito dal tumore. Tutti pensano che l’Asl mi sia stata vicino dopo aver scoperto il clamoroso guaio che avevano combinato. Invece no, non ho visto un euro, sto finendo i soldi per pagarmi le visite e mi sento anche preso in giro – così il cinquantasettenne -. Hanno detto al mio avvocato che non vedono la necessità di anticiparmi una somma per le spese che sto sostenendo, visto che l’Asl formalmente non è neppure sotto processo, mentre lo sono i tre medici del ‘San Luca’ coinvolti”.
Il caso di malasanità nel 2016, a processo i medici – L’errore in sala operatoria risale all’aprile 2016. Per quella vicenda di malasanità sono ora sotto processo per lesioni personali gravissime l’urologo Stefano Torcigliani, l’aiuto chirurgo Giuseppe Silvestri e la radiologa Claudia Gianni. La prossima udienza è in programma il 12 ottobre. “Dall’ospedale avevano promesso di sostenermi, ma si sono volatilizzati. Vorrei ricordare all’Asl e alla Regione che da quasi un anno e mezzo sono rimasto con un pezzo di rene, salvato solo grazie al dottor Massimo Cecchi che eseguì un delicatissimo intervento conservativo sull’organo malato”, lamenta quindi Dal Porto, invalido al 90 percento e colpito anche da un diabete da stress.
"Non capisco se l’idea è di attendere che muoia" – “L’Asl aveva promesso di valutare a livello regionale la mia posizione in merito al risarcimento, ma c’è stato l’ennesimo rinvio per ragioni pretestuose. Burocrazia, credo. Ma adesso basta. Non capisco se l’idea è di attendere che muoia, così costerei meno – così ancora l'imprenditore, come si legge su La Nazione -. Lo so è una provocazione, ma credo che nessuno vorrebbe trovarsi nella mia situazione, con la vita appesa a un filo. Oppure finirà che dovrò andare io a scusarmi con i medici per l’errore in sala operatoria”.
Accusa di omicidio colposo, l’operazione in una clinica privata: il decesso dopo tre settimane
12 gennaio 2024 15:14
LUCCA. Un intervento di routine alla spina dorsale si trasforma in un calvario per la paziente che, dopo tre settimane di agonia e con una paralisi invalidante, muore nel reparto di terapia intensiva di Cisanello.
Con l’accusa di omicidio colposo in cooperazione con colpa grave, il gup Alessandro Trinci ha rinviato a giudizio due medici ortopedici che il 28 giugno 2021 avevano operato da liberi professionisti nella clinica privata Barbantini (pende una causa civile contro la società, ndr) una pensionata di Vicopisano di 70 anni. Quello che secondo l’accusa non aveva funzionato nell’intervento, il 19 luglio si era trasformato in un lutto con il decesso della paziente.
Prima udienza il 3 maggio davanti al giudice monocratico Gianluca Massaro per il dottor Marco Ceccarelli, 62 anni, di San Giuliano Terme, primo operatore nell’intervento, difeso dall’avvocato Giulia Padovan, e il dottor Matteo Vitale, 45 anni, di Pietrasanta, secondo operatore, assistito dall’avvocato Marco Taddei. I familiari della signora si sono costituiti parte civile con l’avvocato Andrea Senese.
La pensionata si era sottoposta a un’operazione alla schiena non ritenuta di particolare complessità. Una vertebroplastica monopenducolare.
Per la Procura (pm Elena Leone) l’intervento sarebbe avvenuto in assenza di radiografie. Non solo. Viene contestato l’errore nell’inserimento dell’ago nel canale vertebrale provocando un sanguinamento. Un’embolia e poi un’emorragia cerebrale misero la paziente nella condizione di paralisi fino a decretarne la morte nel reparto di rianimazione dell’Azienda ospedaliera di Cisanello dove nel frattempo la donna era stata trasferita dopo un breve passaggio al San Luca.
Per tre settimane la paziente ebbe la consapevolezza che la sua salute era compromessa e si confidava con i familiari su un esito che non era quello che si aspettava.
Poco alla volta la situazione dava sempre meno speranze fino al 19 luglio con la dichiarazione di morte. I familiari, forti di alcune consulenze di parte, hanno prima denunciato i medici e poi chiesto i danni alla clinica privata con sede in Piemonte dove è in corso la causa civilel
Malasanità a Lucca: paralizzata dopo un’operazione sbagliata, l’Asl la risarcirà con 600 mila euro
a cura della redazione Firenze
Malasanità a Lucca: paralizzata dopo un’operazione sbagliata, l’Asl la risarcirà con 600 mila euro
La sentenza del tribunale. Al momento dell’operazione, la donna era già invalida civile al cento per cento. Oltre ai danni fisici, quelli morali e psicologici
italia tra i Paesi europei con più violenze contro gli infermieri
Nov 13, 2025
E’ quanto rileva uno studio del Nursing Up. Il presidente De Palma: “Politica assente, sanità territoriale al collasso: i pronto soccorso sono trincee. Occorre agire ora per arginare questa piaga sociale”
Nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra l’8% e il 38% dei professionisti sanitari subisce almeno un episodio di violenza fisica durante la carriera. La European Federation of Nurses Associations (EFN) stima che gli infermieri corrano un rischio fino a 16 volte superiore rispetto ad altri lavoratori, con un incremento costante negli ultimi cinque anni. In media, in Europa un infermiere su cinque riferisce di essere stato vittima di aggressioni fisiche o verbali negli ultimi dodici mesi, con i picchi più alti registrati in Italia, Regno Unito e Francia. Oltreoceano, negli Stati Uniti quasi la metà di tutti gli episodi di violenza sul lavoro avviene nel settore sanitario, mentre in Canada nove infermieri su dieci dichiarano di aver subito minacce o insulti nel corso dell’ultimo anno.
Un trend globale che, purtroppo, in Italia, assume le dimensioni di una vera emergenza nazionale. E’ quanto sostiene un’analisi del Nursing Up che spiega “Con oltre 125mila aggressioni l’anno, tra episodi denunciati (circa 5mila) e una stima di oltre 120mila casi sommersi, l’Italia risulta tra i Paese europei con la più alta incidenza di violenze contro gli infermieri in rapporto al numero di professionisti. Su una forza lavoro di circa 460mila infermieri, significa che un professionista su quattro subisce almeno un episodio di violenza fisica o verbale ogni anno. Nessun altro sistema sanitario europeo presenta un’incidenza tanto elevata. I numeri degli altri Paesi sono più elevati, ma è anche la popolazione infermieristica che è superiore. Perciò la nostra media è tra le peggiori in assoluto.
NEL CONFRONTO INTERNAZIONALE, AL BEL PAESE LA PERCENTUALE PIÙ ALTA DI VITTIME
Italia (460mila infermieri): 5mila denunce ufficiali in media ogni anno di aggressioni agli infermieri, ma un sommerso di ben 120mila casi. Calcolando il numero totale di infermieri l’incidenza aggressioni è del 27-28%.
Regno Unito (850mila infermieri): 74 mila denunce nel 2024 (NHS), pari a circa un operatore su sette. Anche stimando il sommerso, l’incidenza complessiva non supera il 15% del personale, rispetto al numero di professionisti.
Francia (843mila infermieri circa): oltre 24 mila casi ufficiali nel 2024 (+60% in cinque anni), con una stima totale attorno al 12% della forza infermieristica, rispetto al numero di professionisti
Germania (1milione e 300mila infermieri): 38 mila aggressioni denunciate ogni anno, per un’incidenza stimata tra il 10 e il 12% anche includendo il sommerso.
Paesi Bassi (430 mila infermieri) – Circa 15 mila denunce ufficiali l’anno, ma secondo le stime della European Federation of Nurses Associations almeno la metà delle aggressioni non viene segnalata. L’incidenza reale sale così a circa il 7% del personale, valore comunque inferiore a quello italiano e britannico.
Canada (615mila infermieri iscritti agli albi): nove infermieri su dieci riferiscono di aver subito minacce o aggressioni, ma la maggioranza riguarda episodi verbali.
Stati Uniti (6 milioni di infermieri): quasi la metà di tutte le violenze sul lavoro colpisce operatori sanitari, ma la popolazione infermieristica è dieci volte più ampia di quella italiana.
Risultato: in proporzione al numero di operatori e di accessi ospedalieri, l’Italia è oggi il Paese europeo con il più alto tasso di aggressioni verso gli infermieri.
IL SOMMERSO: LA PARTE INVISIBILE DELLA VIOLENZA
Dietro i numeri ufficiali si nasconde una realtà ancora più ampia e preoccupante. In Europa, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e la Federazione Europea degli Infermieri (EFN), solo un terzo delle aggressioni viene effettivamente denunciato. Ciò significa – precisa Nursing Up – che tra il 60% e il 70% dei casi resta sommerso, non registrato nei dati ministeriali né nei sistemi ospedalieri.
Le cause sono molteplici: paura di ripercussioni, sfiducia nella tutela legale, assenza di protocolli uniformi di segnalazione e il peso psicologico di rivivere episodi traumatici. Nei Paesi del Nord Europa la quota di sommerso si aggira tra il 40% e il 50%, mentre nell’Europa continentale (Francia, Germania, Belgio) sale intorno al 60–70%. Nei Paesi mediterranei – Italia, Spagna, Grecia – può raggiungere punte superiori all’80–90%, a causa della minore propensione alla denuncia e della mancanza di tutele effettive sul posto di lavoro.
In Italia, soltanto un episodio su venticinque viene denunciato. È su questo divario tra casi ufficiali e reali – aggiunge il sindacato – che si basa la nostra analisi comparativa internazionale: abbiamo rapportato il numero di aggressioni denunciate al totale degli infermieri attivi in ciascun Paese e applicato, secondo le evidenze OMS ed EFN, un coefficiente di sommerso calibrato per area geografica (più basso nei Paesi nordici e anglosassoni, più elevato in quelli mediterranei). Così, le circa 5 mila segnalazioni annue in Italia si traducono, una volta considerato il sommerso, in oltre 120 mila aggressioni reali. L’incidenza effettiva, pari al 27–28% del personale infermieristico, è quindi la più alta d’Europa e tra le più elevate al mondo.
Un dato che fotografa un sistema sanitario in cui chi cura è sempre più spesso vittima di violenza, verbale o fisica, e in cui la sicurezza del lavoro resta affidata quasi solo alla buona volontà degli operatori”.
“PRONTO SOCCORSO COME TRINCEE”
«Siamo davvero al limite – denuncia Antonio De Palma, presidente del Nursing Up –. I pronto soccorso italiani sono diventati trincee. I governi di ogni colore hanno ignorato il problema o si sono limitati a leggi spot. Senza più personale, senza filtri territoriali, la rabbia dei cittadini esplode sui nostri operatori». De Palma aggiunge: «Ogni aggressione è un segnale d’allarme: quando si colpisce un infermiere, si ferisce la sanità pubblica intera. Le leggi varate dopo gli episodi più gravi hanno introdotto aggravanti penali e sperimentato le bodycam negli ospedali, ma gli infermieri restano abbandonati a se stessi, spesso costretti a lavorare senza vigilanza fissa e senza protocolli operativi uniformi. Il risultato è un sistema che ha spostato l’attenzione dal problema reale — la mancanza di personale, la tensione dei reparti e l’assenza di filtri territoriali — a soluzioni simboliche. In molti pronto soccorso si è arrivati a armi nelle corsie, vetrate antiproiettile e minacce di morte contro gli operatori. Un’emergenza che richiede una risposta strutturale e non più propagandistica”.
LE RESPONSABILITÀ DELLA POLITICA
Negli ultimi dieci anni, la politica ha affrontato il tema solo con interventi emergenziali: inasprimento delle pene, protocolli mai attuati, campagne sporadiche. Ma la radice del problema è rimasta intatta: carenza di organici, turni massacranti, carichi di lavoro esplosivi e un sistema territoriale collassato. «Non bastano le leggi simboliche – ribadisce De Palma –. Servono misure vere di prevenzione e sicurezza. Gli infermieri non chiedono protezione speciale, chiedono rispetto e condizioni di lavoro dignitose».
LE PROPOSTE DEL NURSING UP
Registro nazionale obbligatorio delle aggressioni, con analisi per reparto.
Presidi di sicurezza permanenti nei pronto soccorso.
Formazione obbligatoria per il personale su tecniche di de-escalation.
Campagna pubblica per il rispetto verso chi cura.
Piano straordinario per almeno 65mila nuove assunzioni (a fronte di una carenza di 175mila infermieri in base agli standard europei).
Premi di ingaggio, per favorire l’inversione del fenomeno delle migrazioni professionali verso l’estero, e per sollecitare gli infermieri italiani espatriati a tornare a casa loro.
Medici e infermieri aggrediti: record all’ospedale Versilia
Matteo Tuccini
Medici e infermieri aggrediti: record all’ospedale Versilia
L’Asl: nell’ultimo anno e mezzo denunciati 23 episodi, ma pensiamo siano di più Il personale sarà dotato di una ricetrasmittente individuale per dare l’allarme
3 MINUTI DI LETTURA
VIAREGGIO. È un record che l’ospedale Versilia non avrebbe mai voluto avere. Perché si parla delle aggressioni a medici, infermieri e in generale operatori sanitari da parte di utenti, ma anche pazienti, che hanno perso il controllo e sono diventati violenti. Usando parole di fuoco, minacciando e in qualche caso anche alzando le mani. Ventitré gli episodi denunciati tra il 2017 e i primi sei mesi del 2018. E sono in aumento: soltanto nella prima metà di quest’anno le denunce sono state 13. Il che significa due episodi al mese.
È l’Asl a fornire i numeri e a rendere evidente il record del Versilia rispetto agli altri ospedali. Un paragone? Nel 2017, a fronte dei 10 episodi avvenuti tra le mura dell’ospedale di Lido, a Lucca ci sono stati 4 casi, a Massa 3, a Livorno 7 e a Pisa 2. «È un dato che può essere letto in due modi – afferma Tommaso Bellandi, direttore della struttura Sicurezza del paziente dell’Asl – sicuramente al Versilia il fenomeno è più evidente, ma c’è anche una consapevolezza maggiore sull’importanza di denunciare l’accaduto. In modo che l’Asl possa ricostruire e capire come intervenire. Anche quando abbiamo sbagliato noi: non è nostra intenzione fare muro contro muro e dire che la colpa è sempre dei pazienti». Ma le aggressioni sarebbero di più di quelle segnalate. Ne è convinta l’Asl: «Il fenomeno è sicuramente sottostimato rispetto alla realtà», spiega Emilio Giovannini, direttore del servizio Prevenzione e protezione dell’azienda sanitaria. Molti operatori, infatti, non denunciano. Così l’Asl Nordovest ha deciso, per la prima volta, di prendere di petto una questione che sta diventando sempre più spinosa.
L’Asl ha costituito un gruppo di lavoro per l’analisi e la prevenzione del rischio di aggressioni a danno degli operatori sanitari. Verranno fatti dei corsi di formazione per i dipendenti, in modo da spiegare loro come comportarsi in caso di comportamenti violenti o a rischio. Ma ci saranno anche contromisure tecniche. La prima riguarderà la psichiatria e potrebbe essere estesa presto anche a reparti dove i rischi sono maggiori, come il pronto soccorso. Si tratta di un sistema di allarme personalizzato, con ricetrasmittente in dotazione a ogni operatore sanitario, per mandare un Sos immediato in caso di bisogno al poliziotto del posto fisso o alla guardia giurata.
Lo dicono le cronache, non è un mistero: sono il pronto soccorso e la psichiatria i reparti dove medici e infermieri sono più esposti. «Un sondaggio recente – spiega l’Asl – dice che l’80% delle persone che lavorano in pronto soccorso ha subito un’aggressione nella propria carriera». Percentuale che, stando a quanto racconta la prima linea dell’ospedale di Lido, è verosimile. Mentre in psichiatria è avvenuto il caso più grave degli ultimi anni: medici e infermieri sequestrati e minacciati da un paziente che aveva perso la testa. Però può succedere anche altrove, in momenti che sembrerebbero insospettabili. Come in ostetricia, dove un padre è diventato una furia con ginecologi e ostetriche in sala parto. Mentre nasceva il figlio.
ticolo: Muore in ospedale, quattro medici indagati
Lucca, 16 dicembre 2025 – Praticava l’agopuntura in stanze adibite a sale mediche, promettendo risultati ‘miracolosi’. Peccato che operasse senza i requisiti professionali e abilitativi previsti dalla legge, con aghi lasciati incustoditi all’interno di contenitori improvvisati e privi di qualunque sistema di sterilizzazione. Per questo è finito nei guai un sedicente medico di Lucca, scovato da un’operazione della guardia di finanza locale. I suoi studi erano situati in un appartamento nel cuore delle mura: al momento dell’irruzione, le fiamme gialle hanno trovato perfino pazienti in attesa.
LUCCA. Due rinvii a giudizio e altrettante assoluzioni nel procedimento in cui gli imputati sono accusati di aver circuito diversi anziani per farsi intestare eredità e polizze assicurative.
A processo
Il gup Alessandro Trinci ha disposto il processo per il dottor Carmine Carraro Pezzullo, 45 anni, di Lucca e Gianluca De Vito, 49 anni, di Lastra a Signa (difensore di entrambi Florenzo Storelli).
Assoluzione
Assolti per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, a seconda dei diversi capi d’imputazione contestati, Dario Marcuzzo, 38 anni, di Pisa, con studio da broker a Viareggio (difensori Massimo Landi e Leila Parenti) e Monica Andreuccetti, 67 anni, di Lucca (difensore Federico Corti) accusata di sostituzione di persona.
Le accuse
I reati, in concorso, vanno dalla truffa alla circonvenzione di incapace. Per il solo imputato Carraro Pezzullo la Procura (Pm Sara Polino e Laura Guidotti) le accuse sono anche di furto aggravato, il falso materiale, soppressione e distruzione di atto pubblico, falso in testamento, indebito utilizzo di carte credito, autoriciclaggio e tentato omicidio.
Tentato omicidio
L’episodio risale al 18 febbraio 2023 in un appartamento del centro storico. Pezzullo era stato arrestato con l’accusa di aver cercato di uccidere un anziano scrittore americano dal quale si era fatto intestare polizze vita per oltre 600mila euro. Il movente sarebbe stata la decisione dell’autore Usa di estrometterlo dal testamento revocandolo anche come beneficiario delle polizze. Le indagini hanno dimostrato che la storia aveva altri rivoli da seguire e che lo scrittore statunitense era la punta dell’iceberg di una vicenda che ora approda in Tribunale.
Le parti civili
Sono quasi tutti parenti esclusi dai testamenti in maniera fraudolenta gli assistiti dagli avvocati Marco Poli, Chiara Pierallini e Claudia Selmi e per l’Ordine dei Medici dall’avvocato Chiara Barbieri in sostituzione processuale del collega Luca Nocco. C’è anche il caso di una pensionata che avrebbe sottoscritto a favore del dottore polizze vita per oltre 315mila euro oltre ad avergli venduto una casa del valore di 146mila euro al prezzo di 70mila euro.
Soldi che per la Procura Pezzullo si sarebbe procurato vendendo i lingotti d’oro che aveva fatto comprare alla pensionata. Anche nel caso dell’anziana le contestazioni aggiuntive, come per lo scrittore, sono quelle di aver utilizzato le loro carte di credito e bancomat dopo aver aperto a loro nome diversi conti correnti.
Polizze intestate
Tra le accuse mosse al principale indagato c’è anche quella di aver distrutto i testamenti autentici e di averne redatti di nuovi falsificando la firma per far avere l’eredità a un’anziana. Non solo. Negli addebiti ci sono anche i furti di oro e gioielli nella casa della pensionata. Per queste contestazioni l’assicuratore Marcuzzo, professionista di fiducia di Carraro Pezzullo, è stato assolto con formula piena.
I farmaci
Del tentato omicidio dell’84enne scrittore americano è accusato solo il medico. In una prima fase ci avrebbe provato, secondo la Procura, somministrandogli un farmaco che stava provocando sanguinamenti ed ematomi all’anziano affetto anche da emofilia. Qualche giorno dopo, il 18 febbraio 2023, il confronto-scontro tra medico e paziente. Nella rappresentazione dell’accusa il medico prima avrebbe somministrato un sonnifero all’anziano malato, poi lo avrebbe fatto cadere dal letto per colpirlo al volto con pugni e un vaso di mogano.
Quando l’uomo era sul pavimento, Carraro Pezzullo avrebbe preso una coperta per coprirgli bocca e naso provocandogli fratture al volto. È il reato più grave in un contesto in cui i rapporti tra medico e anziani corrono sull’equilibrio della fiducia assoluta che per l’accusa sconfina nel raggiro con la complicità di De Vito (beneficiario con Pezzullo di parte delle polizze) . Prima udienza il 3 febbraio davanti al collegio del Tribunale.
Il Tirreno 28 dicembre 2025 - Livorno, donna di 41 anni si toglie la vita in psichiatria: aperta un'inchiesta - È stata trovata morta in un bagno, momenti di tensione fuori dal reparto all’arrivo dei familiari in piena notte. La figlia ha presentato la denuncia ai carabinieri (...)
... - 28/12/2025 12:38
Poi poi, in merito alla guardia medica, mi è accaduto una volta, diverso tempo fa.
Ne aveva bisogno mia madre ultra-enne. Telefono, non risponde nessuno, allora che faccio? Ci vado, a Campo di Marte. Suono il campanello, nessuno risponde, allora guardo i cartelli, c'è l'avviso che si deve chiamare un numero, lo chiamo, non risponde, insisto lo faccio suonare, dopo un pò rispondono dal centro (probabilmente Firenze), gli dico il problema e dico che la guardia medica non è disponibile, mi rispondono di portarla al pronto soccorso.
Questo è stato. Non so adesso, non li considero più.
Adesso considero ospedale e guardia medica inesistente come era quando ero bimbetto. con grandissimo imbarazzo e disorientamento, chiamo il 118, o quel che è, solo se si rompe qualche osso oppure se è in coma.
Questo è, e tantissimi auguri!
PS. La faccenda dipende solo e soltanto da voi,
anche se aborrite ammetterlo.
Il servizio di guardia medica che chiude la notte è una perversione indecente. Il modo per far diventare il pronto soccorso un girone infernale. La toscana tratta i lucchesi in questo modo. Se i lucchesi avessero palle sarebbero tutti favorevoli all'uscita di Lucca dalla Toscana.
Anonimo - 28/12/2025 02:52
Si è dimenticato una cosa fondamentale.
Per le feste, e nei fine settimana, poichè il badante magari ha il giorno libero, tanti scaricano il vecchietto al pronto soccorso.
Mi è capitato di doverci stare una nottata per mia madre più che novanta, sveglio, tra sabato e domenica. PS saturo, ho dovuto fare 'assistente' all'infermiera!
Di tutto di più (ho una lontana parente che... non esiste nulla (NULLA) CHE GLI FERMA GLI SCI AI PIEDI!).
Caregiver che non avendo moneta, non ha né feste né finesettimana.
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